Lunedì 8 marzo
Cinema America
BETTY BOOP
di Max e Dave Fleisher

ore 22.30
Via Colombo 11 – Genova – Tel. 010 5959146
Cinema America
di Max e Dave Fleisher

ore 22.30
Via Colombo 11 – Genova – Tel. 010 5959146
Le cronache di Narnia: il principe Caspian
Andrew Adamson, 2008 – USA
scheda imdb
di G. Patrone e L. Pesce
Ecco l’ennesima pellicola fantasy che, in seguito al successo di pubblico riportato dalla trilogia de Il Signore degli Anelli, continua a proporsi nelle sale cinematografiche di tutto il mondo.
Secondo capitolo della trilogia dello scrittore C.S. Lewis, il Principe Caspian riporta in scena le avventure dei quattro piccoli eroi già protagonisti nel primo fortunato capitolo cinematografico.
I quattro fratelli sono cresciuti e i due maggiori sono ormai vittime di continue tempeste ormonali che portano il primo all’arroganza e alla spacconaggine e la seconda a flirtare in modo indecente con il primo venuto, casualmente il Principe Caspian. Ragazzino efebico dalla faccia pulita ed insignificante, Caspian è il principe del Regno di Thoran (o qualcosa di altrettanto stupido e linguisticamente incomprensibile) il cui crudele patrigno è interpretato da un irriconoscibile Sergio Castellitto che lo vuole morto per non avere pretendenti al trono. Leggi il resto di questo articolo »
Lapsus consiglia la visione di L’UOMO DEL BANCO DEI PEGNI (The Pawnbroker) USA 1965, di Sidney Lumet, con Rod Steiger, Geraldine Fitzgerald, Brock Peters, Jaime Sánchez, Thelma Oliver – 116 minuti.

Lunedì 15 FEBBRAIO 2010
Cinema Ritz di Genova
Piazza Leopardi 5 r - Telefono: 010 314 141
Nazerman è un uomo reso indifferente al dolore altrui dagli orrori del suo passato, che appaiono in rapidissimi flashback richiamati da associazioni mentali improvvise: l’abbaiare di un cane fa riaffiorare il ricordo dei pastori tedeschi istigati dalle Ss, le urla nella notte di alcuni teppistelli riecheggiano le grida dei prigionieri del Lager, i tratti semiti di un passeggero in metropolitana si sovrappongono nella memoria ai volti degli ebrei deportati. Di fronte ai disperati che sfilano nel banco dei pegni e gli cedono gli ultimi averi in cambio di pochi dollari resta impassibile, come se ciò che gli è stato fatto rendesse insignificante qualunque altra sofferenza. Leggi il resto di questo articolo »
L’uomo che verrà
Giorgio Diritti, 2009 – Italia
scheda imdb
di Stefano Piri
Emilia Romagna, 1944.
Vita quotidiana di una famiglia contadina in tempo di guerra. Piccoli avvenimenti compongono il ritratto di un’epoca: la speranza per il futuro, i rapporti con gli occupanti tedeschi e con i partigiani.
I genitori invecchiano, i figli crescono, una nuova vita cresce nel grembo materno. Finchè il corso del tempo non si spezza.
Ci troviamo infatti a Monte Sole, ed è la fine di settembre del 1944: le coordinate geografiche e cronologiche della strage di Marzabotto, il più grande eccidio commesso dai tedeschi ai danni della popolazione civile italiana nel periodo dell’occupazione.
Andiamo con ordine: L’uomo che verrà è il secondo lungometraggio di Giorgio Diritti, regista bolognese che aveva fatto parlare di sé nel 2006 con Il vento fa il suo giro, tipico esempio di film a bassissimo budget balzato-agli-onori-della-cronaca-grazie-al-passaparola.
Sebbene questa categoria sia solitamente foriera di amare delusioni o quantomeno di film per un verso o per l’altro sopravvalutati (il passaparola non è per sua stessa natura un canale di comunicazione che incentiva l’acume critico) l’esordio di Diritti si rivelò al contrario realmente molto interessante.
Pellicola di montagna in lingua occitana, visivamente potentissima e mai banale, niente affatto noiosa come le premesse potrebbero suggerire, l’opera, pur zoppicando a tratti per il contesto di lavorazione pressoché amatoriale, lasciava la sensazione che Diritti avesse tutte le carte in regola per diventare uno degli autori di riferimento nel cinema italiano contemporaneo. Leggi il resto di questo articolo »
di Francesco Longo
Sui messaggi contenuti nel film Avatar di James Cameron si è molto discusso, e uno dei temi trattati è chiarissimo, molto meno lo è però la scelta operata per trasmetterlo. Avatar è stato letto da molteplici punti di vista, non sono mancate le interpretazioni politiche e geo-politiche, ideologiche, religiose, culturali. È stato detto, riassumendo tutte le possibili letture, che questo film è: antimilitarista, che critichi la tecnologia e le armi, e che inchiodi il modo di conquistare le risorse senza responsabilità. Non è così scontato intendere questa pellicola come un concentrato di anti-americanismo o di critica radicale all’Occidente (come anche è stato proposto), ma un tema è insomma certamente cristallino: la denuncia della distruzione della Natura. Pandora, infatti, il pianeta abitato dagli innocenti indigeni azzurri, sembra una sorta di Foresta Amazzonica minacciata dagli umani e dalle loro macchine devastatrici. Le possibili allegorie che si attivano nel film generano molti sensi e numerosi piani di lettura, è indubbio, però, che tra tutti questi sensi spicchi un richiamo alla difesa della Natura e che Avatar sia cioè un film dichiaratamente ecologista. James Cameron tuttavia crede possibile comunicare il valore di un ambientalismo panteista col più mastodontico sfoggio di tecnologia che si sia mai visto al cinema. La natura e l’ambiente incontaminato raccontati nel film sono infatti frutto di una sofisticatissima realizzazione informatica. Il Grande Elogio della Natura Incontaminata viene comunicato nel momento stesso in cui si stanno mostrando i Vertiginosi Miracoli della Tecnologia e del Progresso Informatico. Il valore della Natura, nel film, coincide col sogno delle possibilità virtuali, e tanto più ci piace e ci seduce questa Natura, quanto dobbiamo ammettere – con euforia – che questa è un enorme Eden artificiale. L’incanto è dato dai pixel, non dagli alberi. Pandora infatti, che vorrebbe forse essere l’emblema di una terra vergine, è in realtà il santuario della grafica computerizzata e il più raffinato dei mondi sintetici. Un videogame divino.
I messaggi non vivono nelle bottiglie. Vengono trasmessi attraverso gli strumenti che si scelgono per esprimerli. Cameron non la pensa così. Crede che le idee possano essere trasmesse in qualsiasi modo. Voglio fare un elogio della natura? Lo posso fare anche attraverso i più potenti mezzi della tecnologia (senza mai inquadrare un albero vero, un tramonto, un insetto). Il linguaggio però non funziona così e soprattutto non funziona così il modo in cui il nostro cervello apprende. Il cervello apprende secondo dei meccanismi che non coincidono con i messaggi che gli vengono lanciati. Chi studia il linguaggio della politica lo sa bene. Il libro culto Non pensare all’elefante! (di Geroge Lakoff) lo diceva chiaramente: il nostro cervello non fa ciò che gli dicono i messaggi (tanto che l’esercizio di non pensare ad un elefante è un esercizio impossibile). Leggi il resto di questo articolo »
di Marco Longo
Il tedesco e pluripremiato Fatih Akin (classe 1973, origini turche assolutamente da non dimenticare) torna alla pura commedia dopo undici anni dal suo lungometraggio d’esordio Kurz Und Schmerzlos, Pardo di bronzo a Locarno ’98. La ricetta di Soul Kitchen funziona bene, anzi: benissimo. Non solo perché dietro alle immagini c’è una solida coreografia culinaria (il titolo parla chiaro), di quelle che rendono un film aprioristicamente affascinante; ma perché è il suo autore a donarsi al pubblico in prima persona, gettando in pentola parte delle sue stesse avventure giovanili, un umanesimo cialtrone e picaresco che a tavolino non te lo puoi mica inventare, una cultura musicale talmente puntuale e avvolgente da volersi appuntare gli interi titoli di coda, e – dulcis in fundo – la città natale, Amburgo, quale teatro di irriverenti peripezie.
Così la vicenda del giovane Zinos, origini greche e un bizzarro ristorante che crudeli speculazioni edilizie e ufficio tasse vorrebbero distrutto, si sviluppa tra fidanzamenti impossibili, incontri rocamboleschi con figure letteralmente fuori di testa, un’ernia del disco curata con metodi poco ortodossi e, manco a dirlo, il gravoso dilemma del futuro. Tutto un pretesto, forse, per lasciare lo spazio a una narrazione corale, dove a ciascun personaggio, oltre che il compito di farci ridere come dei coglioni, sono affidati messaggi graditi e preziosi, per non dire indispensabili: coltiva il tuo sogno, resta fedele a chi ti vuole bene, ritrova la dignità perduta, e soprattutto non prenderti troppo sul serio: o finirai per trasformarti in uno stronzo. Leggi il resto di questo articolo »
di Marco Longo
Con la morte di Eric Rohmer (Tulle, 4 aprile1920 – Parigi, 11 gennaio 2010) non viene a mancare soltanto il cantore più garbato e intimista del cinema francese dello scorso secolo – il più coerente a quella politica degli autori presto calpestata da anni di poetiche ingenuotte e prevalentemente ombelicali: con la morte di Rohmer si perde – si consegna alla Storia in via definitiva – una maniera di immaginare e costruire l’oggetto filmico che difficilmente tornerà a rivivere sul grande schermo. Lontano da riflettori e interviste, scrittore negli anni giovanili e critico per tutta una vita, Rohmer è stato in grado, unico fra pochissimi, di orientare il cinema anzitutto in direzione dell’esistenza, offrendo allo spettatore una serie di quadri di vita mirabilmente intessuti di azioni, battute, attitudini umane. Tutte all’insegna del privato, dell’ironia, della quotidianità, ma non del realismo: Rohmer sembra essere più interessato alle sfaccettature magiche e alchemiche della realtà, nel tentativo imperfetto di violare un cifrario interiore tuttora irrisolto, che rende (tutte) le sue storie molto simili a un rito iniziatico. Sono pagine di diario, i suoi film: capitoli di uno stesso saggio antropologico; non è difficile dunque capire perché Rohmer sia stato anche il precursore del concetto di ciclo filmico, organizzato secondo un ben preciso tema. Leggi il resto di questo articolo »
di Natalia Aspesi
Malgrado anche i critici l’ abbiano coraggiosamente giudicato un capolavoro, le masse preposte agli incassi oceanici non si sono spaventate e hanno fatto il loro dovere: così anche in Italia, il primo giorno di programmazione, “Avatar” ha fatto 2 milioni e 100 mila euro di incassi. EHA superato quelli già stratosferici del Verdone di “Io, loro e Lara“, pure questo impallinato come meraviglia da chi un tempo, se il film non era una tragedia curda o una graphic novel filippina, neanche lo considerava. Certo il film di Cameron lo stanno dando da noi in 925 sale di cui 416 velocemente attrezzate per far venire la nausea con gli occhiali verdi e rossi del 3D (con risultati pessimi su chi già porta occhiali da vista). Per cui anche nolentio solo dubbiosi, lì si deve finire. Del resto negli Stati Uniti dove è ancora nei cinema, è al secondo posto negli incassi 2009 (dopo “Transformers: la vendetta del caduto”, 402.111.870 dollari) , con 42.114.898 dollari. Leggi il resto di questo articolo »
500 (Giorni Assieme) (500 (Days of summer))
Marc Webb (USA, 2009)
scheda imdb
“E’ proprio questo il peccato originale del film: la storia d’amore di Tom e Sole non è la storia di due esseri umani…”
di Stefano Piri
Collage di ritagli di un amore molto contemporaneo e molto giovanile, 500doS presenta, a partire dalle primissime inquadrature, una confezione indie che parrebbe collocare il prodotto in una nicchia insolita rispetto alla commedia romantica hollywoodiana solitamente distribuita in Italia.
Tom (Joseph Gordon-Levitt) e Sole (Zooey Deschanel)1 condividono la passione per gli Smiths e per i Pixies: lui veste come il chitarrista di una garage band sfigata e lei ritiene Ringo Starr il suo Beatle preferito2.
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Segreti di famiglia (Tetro)
Francis Ford Coppola (USA, 2009)
scheda imdb
di Stefano Piri
L’ultimo film di Coppola è un melodramma familiare di ispirazione, per ammissione dello stesso regista, parzialmente autobiografica1.
Tetro racconta la storia del diciottenne Bennie Tetrocini (Aden Ehrenreich), che si reca a Buenos Aires nel tentativo di ristabilire un rapporto con il fratello maggiore Angelo “Tetro” Tetrocini (Vincent Gallo) allontanatosi da casa anni prima a causa dei contrasti con l’ingombrante figura del padre, il grande musicista Carlo Tetrocini (Klaus Maria Brandauer).
I primi quaranta minuti del film di Coppola entrano di diritto nell’antologia dei grandi momenti del cineasta italo-americano, e quindi nella categoria delle visioni cinematografiche indimenticabili.