Archivio di febbraio 2010


Le cronache di Narnia (l’efebico Caspian)

locandina Le cronache di Narnia: il principe Caspian
Andrew Adamson, 2008 – USA
scheda imdb
di G. Patrone e L. Pesce

 

Ecco l’ennesima pellicola fantasy che, in seguito al successo di pubblico riportato dalla trilogia de Il Signore degli Anelli, continua a proporsi nelle sale cinematografiche di tutto il mondo.
Secondo capitolo della trilogia dello scrittore C.S. Lewis, il Principe Caspian riporta in scena le avventure dei quattro piccoli eroi già protagonisti nel primo fortunato capitolo cinematografico.

I quattro fratelli sono cresciuti e i due maggiori sono ormai vittime di continue tempeste ormonali che portano il primo all’arroganza e alla spacconaggine e la seconda a flirtare in modo indecente con il primo venuto, casualmente il Principe Caspian. Ragazzino efebico dalla faccia pulita ed insignificante, Caspian è il principe del Regno di Thoran (o qualcosa di altrettanto stupido e linguisticamente incomprensibile) il cui crudele patrigno è interpretato da un irriconoscibile Sergio Castellitto che lo vuole morto per non avere pretendenti al trono. Leggi il resto di questo articolo »


Vita da scarrafone

morfologia_blatta

Parabola di un pigro e letterato insonne in guerra casalinga contro gli scarafaggi. Bandinelli preferisce alla primitiva ciabatta bombolette di spray di aria compressa (fantomaticamente sotto zero). Poi si stupisce che non funzionino e si consola ragionando sul potere carismatico della blatta in letteratura, con il famoso racconto travisato di  Kafka e un Landolfi che, con evidenza, di scarafaggi non ne vide neppure uno.

di Angiolo Bandinelli

Gli scarafaggi, da qualche tempo, sono la mia ossessione. Patisco di insonnia, di notte mi aggiro per casa provando a recuperare il letto con i soliti accorgimenti: farmi una camomilla bollente, mangiucchiare qualcosa, darmi allo zapping televisivo, frugare stancamente tra i libri e scartafacci, vagabondare in Google. Dopo una dovuta tappa alla toilette vado in cucina ed è lì, nella cucina, che spuntano gli scarafaggi. Sbucano fuori da invisibili anfratti dei muri che voi non riuscireste mai a scovare, e mentre cercate un biscotto nella credenza, o un arancio nel vassoio, ve li ritrovate sotto gli occhi. Si nutrono di briciole, di frustoli di zucchero o di qualsiasi cosa abbia lasciato infinitesimali residui commestibili sopra il tavolo o le mensole. Pare abbiano l’abitudine di defecare dove mangiano e l’uomo, si sa, è un essere schifiltoso. Non ho mai visto uno scarafaggio per terra, sul pavimento, forse avvertono che il pavimento non offre loro sicurezza. Lo scarafaggio domestico non ha ali e non vola, la sua arma per difendersi è la fuga, che è velocissima, a zig zag, guidata da un preciso istinto o intuito verso la fessura dove infilarsi per sfuggire la morte. Credo che sia un animale a suo modo intelligente, avverte subito la presenza dell’uomo e sembra sappia, nell’atavica coabitazione, che l’uomo è il suo più spietato nemico: sì, l’orrore, lo schifo, guidano implacabilmente quella mano assassina e per lo scarafaggio raramente c’è scampo. Nelle favole, gli animali hanno il volto, l’anima dell’uomo: il leone simboleggia il coraggio, l’asino la testardaggine, e così via. Quando schiacci uno scarafaggio, spesso ti si para davanti il volto di un tuo nemico.

Della invasione di queste bestiacce a casa mia mi accorsi mesi fa. Cercai come liberarmene, ma non mi piaceva il modo scelto da mia moglie. Lei si toglie la pantofola dal piede e la sbatte sull’animaletto. Lo trovai un metodo primitivo, sanguinario. Cercai qualcosa di meno barbarico. Mi si presentò una soluzione che mi parve risolutiva. Su uno scaffale dello studio tengo una di quelle bombolette che spruzzano un getto d’aria compressa sotto zero per pulire il computer e le altre attrezzature tecnologiche di cui sono piene le nostre case. Uno scarafaggio non sopravviverà, mi dissi, se investito dal getto: il sotto zero dovrebbe essere – pensavo – mortale per questi insetti. Così aspettai con impazienza che uno scarafaggio mi arrivasse a tiro: quando ne scorsi uno sul muro di cucina corsi ad afferrare la bomboletta e ne sparai il getto sull’immondo e indesiderato ospite. Fui un killer abile e preciso. Ma la bestiola non cadde stecchita giù, come mi aspettavo, continuò la sua corsa verso la fessura, il buio, la salvezza. Riposi la bomboletta, mi acconciai a seguire il metodo di mia moglie: schiacciare lo scarafaggio. Così poche notti dopo, ne ammazzai uno schiacciandolo. Mi spiacque farlo. Era di un bel colore, di un onice traslucido, con lunghe antenne vibratili. Se non fosse stato il sordido animale che è sarebbe stato quasi bello, lo dico non per compiacere alla battuta, di Sophia Loren o di Eduardo de Filippo, “Ogni scarrafone è bello a mamma sua” (scarrafone è traduzione vernacolare per scarafaggio), né comunque io ero mamma sua. Leggi il resto di questo articolo »


Melissa P.? L’Anna Frank del basso catanese

di Lorenzo Tosa

Sfogliando all’interno del bulimico panorama letterario italiano, recentemente mi sono imbattuto in un grazioso articolo di Gian Paolo Serino su “Il Giornale”, in cui Moccia veniva associato a Salinger senz’altra logica apparente se non “entrambi scrivono di adolescenza”. Spiace dover scomodare un’altra volta il deliberatamente urticante revisionista, ma, in un certo senso, gli siamo riconoscenti. È grazie a lui se oggi possiamo affermare senza tema di smentita che Woody Allen non è altro che un Fabio Volo con qualche yarmulke in più nell’armadio. Perché? Beh, per entrambi scrivere non è il primo lavoro. Cosa ha a che vedere Margaret Mazzantini con Jorge Luis Borges? Tutt’e due sono stati snobbati dall’Accademia dei Nobel! Per non parlare di Giovanni Verga ed Ernest Hemingway, due che hanno indagato a vario titolo le relazioni tra l’ineluttabilità del destino e la pesca a traina. Leggi il resto di questo articolo »


A I.R., alle sue gambe

Il nostro amico e collaboratore Tommaso Gazzolo sembra essere caduto nella tela del ragno. E siccome Lapsus ha a cuore gli innamorati, pubblichiamo volentieri il suo piccolo sonetto nel giorno di San Valentino.

di Tommaso Gazzolo

I.

Nell’ora della vergogna
per il mondo, di fellahoide plebaglia
di pace nera raccolta
in fiori selvaggi,
non si addicono i blue jeans (della ragazzaglia)
alle tue gambe
“Meravigliose”, in quella fotografia
Ma più lunghe e snelle
segrete come la gerarchia
che tu crei per me
carezzando, china, la testa del cane
(d’une manière si offensante pour
les hommes*):
è, questa, l’unica aristocrazia
che a noi rimane. Leggi il resto di questo articolo »


L’uomo del banco dei pegni

Lapsus consiglia la visione di L’UOMO DEL BANCO DEI PEGNI (The Pawnbroker) USA 1965, di Sidney Lumet, con Rod Steiger, Geraldine Fitzgerald, Brock Peters, Jaime Sánchez, Thelma Oliver – 116 minuti.


the_pawnbroker

Lunedì 15 FEBBRAIO 2010

Cinema Ritz di Genova

Piazza Leopardi 5 r -  Telefono: 010 314 141

Nazerman è un uomo reso indifferente al dolore altrui dagli orrori del suo passato, che appaiono in rapidissimi flashback richiamati da associazioni mentali improvvise: l’abbaiare di un cane fa riaffiorare il ricordo dei pastori tedeschi istigati dalle Ss, le urla nella notte di alcuni teppistelli riecheggiano le grida dei prigionieri del Lager, i tratti semiti di un passeggero in metropolitana si sovrappongono nella memoria ai volti degli ebrei deportati. Di fronte ai disperati che sfilano nel banco dei pegni e gli cedono gli ultimi averi in cambio di pochi dollari resta impassibile, come se ciò che gli è stato fatto rendesse insignificante qualunque altra sofferenza. Leggi il resto di questo articolo »


L’uomo che verrà

locandina L’uomo che verrà
Giorgio Diritti, 2009 – Italia
scheda imdb

di Stefano Piri

Emilia Romagna, 1944.

Vita quotidiana di una famiglia contadina in tempo di guerra. Piccoli avvenimenti compongono il ritratto di un’epoca: la speranza per il futuro, i rapporti con gli occupanti tedeschi e con i partigiani.

I genitori invecchiano, i figli crescono, una nuova vita cresce nel grembo materno. Finchè il corso del tempo non si spezza.

Ci troviamo infatti a Monte Sole, ed è la fine di settembre del 1944: le coordinate geografiche e cronologiche della strage di Marzabotto, il più grande eccidio commesso dai tedeschi ai danni della popolazione civile italiana nel periodo dell’occupazione.

Andiamo con ordine: L’uomo che verrà è il secondo lungometraggio di Giorgio Diritti, regista bolognese che aveva fatto parlare di sé nel 2006 con Il vento fa il suo giro, tipico esempio di film a bassissimo budget balzato-agli-onori-della-cronaca-grazie-al-passaparola.

Sebbene questa categoria sia solitamente foriera di amare delusioni o quantomeno di film per un verso o per l’altro sopravvalutati (il passaparola non è per sua stessa natura un canale di comunicazione che incentiva l’acume critico) l’esordio di Diritti si rivelò al contrario realmente molto interessante.

Pellicola di montagna in lingua occitana, visivamente potentissima e mai banale, niente affatto noiosa come le premesse potrebbero suggerire, l’opera, pur zoppicando a tratti per il contesto di lavorazione pressoché amatoriale, lasciava la sensazione che Diritti avesse tutte le carte in regola per diventare uno degli autori di riferimento nel cinema italiano contemporaneo. Leggi il resto di questo articolo »


Toshiro Mifune incontra il cinghiale

Prendete uno scrittore affermato di noir e travestitelo da Toshiro Mifune. Mettete sulla sua strada un cinghiale, che, per l’occasione, fingerà di essere un solforoso autore di culto torinese. A questo punto inchiodateli davanti all’occhio impietoso di un regista.
Dopo il successo di Lezione 21, Alessandro Baricco torna dietro la macchina da presa per riprendere Carlo Lucarelli e Dario Voltolini in una serie di surreali microclip in cui il talento espressivo si mescola con un certo gusto per il grottesco. Il risultato è una via di mezzo tra Aldo Fabrizi e un b-movie di mafia coreana che ogni lapsusiano doc dovrebbe vedere.

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L’agenda funeraria del revisionista: Serino scoperchia le bare del Pantheon letterario e riscrive la storia

serino

di Lorenzo Tosa e Luigi Pesce

Il 28 gennaio scorso moriva a 91 anni J. D. Salinger. Mentre tutti i giornali del mondo scuotevano dalla polvere coccodrilli di venticinque anni fa, Gian Paolo Serino (Anima Grande di Satisfiction) non si lasciava sfuggire il gusto della provocazione e lanciava un sasso nella palude dei buoni sentimenti con l’articoletto intitolato: “Salinger non era già morto scrivendo Il giovane Holden?”.

Revisionismo letterario, aggiornamenti per la didattica:

  1. Il Giovane Holden è un libro banale e la sua lettura inutile.

  2. Il protagonista ricalca un Che Guevara dal ventre molle (l’eroe ingiustamente incensato di una ribellione in realtà opaca e consolatoria).

  3. J.D. Salinger, a ben vedere, non è altro che un Brizzi o un Baricco con un briciolo di dignità in più.

Bum!

Serino incendia in poche righe uno dei totem votivi della letteratura moderna e occidentale. Lo fa con un po’ di bile a sbavargli il pennino, concludendo con dei vocativi esortativi affinchè gli insegnanti (perlopiù sciocchi o incapaci) consiglino ai loro studenti letture diverse. “Dov’è l’Huckleberry Finn di Twain? Dove sono i turbamenti del giovane Törless?” si domanda piccato Serino, in un meraviglioso e raro esempio di retorica ciceroniana. Leggi il resto di questo articolo »


Sentirsi a casa all’estero

I giovani italiani non sono tutti mum-addicts, attaccati parassitariamente all’ombelico e al conto in banca di famiglia. Moltissimi si lanciano oltre le Alpi per non lasciarsi invecchiare qui. Scappano da un’Italia che li ignora, li emargina e li disprezza. Ma cosa cercano all’estero? Possibilità lavorative, università competitive e un clima culturale profondamente diverso.

 

La biblioteca dell'Università di Filologia a Berlino
La biblioteca dell'Università di Filologia a Berlino

di Maksim Cristan

In uno dei suoi spettacoli, il comico Beppe Grillo diceva: “Mio figlio Ciro, dopo aver visto un documentario sullo stato del pianeta, viene e incazzato mi fa: cosa ci avete fatto? Si riferiva al futuro che lasciamo ai nostri figli”.

Katia Brollo è una di questi ragazzi con un futuro privo di certezze. Ma lei lo ha capito molto presto e non ha perso tempo. Ha 22 anni, è nata e cresciuta a Osoppo, in provincia di Udine, e studia sociologia in Spagna, all’università di Salamanca. Al momento vive a Berlino grazie a una borsa di studio Erasmus. “Sto seguendo dei corsi all’università Humboldt, su immigrazione, cittadinanza, razzismo ed etnicità”, racconta Katia. “Quest’anno preparerò anche la tesi di laurea facendo un lavoro sull’immigrazione, qui a Berlino”.

Katia ha cominciato a pensare di andarsene dall’Italia già all’ultimo anno delle superiori. Dopo il diploma di perito commerciale, racconta, “ho fatto uno stage all’ufficio relazioni internazionali dell’università di Alcalá de Henares, vicino a Madrid. Conoscevo l’ambiente universitario di Padova, Trieste e Udine, e ho cominciato a confrontare le diverse realtà”.

Da giovanissima osservava con occhio critico l’ambiente che aveva intorno e sapeva che non sarebbe rimasta a lungo in una regione dove etnocentrismo e ignoranza vanno a braccetto con il benessere economico. “Sono figlia di ex emigranti, semplici impiegati, e sapevo che, per quanto avessi studiato, senza le conoscenze giuste non sarei mai arrivata a realizzarmi dal punto di vista professionale”. Leggi il resto di questo articolo »


Intervista a Daniele Luttazzi

Dal cartaceo numero 3 di lapsus.
Oggetto di editti, censure, dispacci, scomuniche, anatemi ed invettive, Luttazzi fa qui un quadro lucido della situazione del nostro paese, delle sue contraddizioni, dei suoi cancri maligni e benigni.

luttazzi-bnCaro Daniele, in primo luogo, come stai?
Benissimo, grazie. E voi? Spero tutto ok.

Sono ormai più di due anni che manchi dalla televisione. Nonostante il tuo successo a teatro, immaginiamo una certa amarezza per l’esclusione da un circuito con potenzialità e diffusione molto maggiori. A parte le potenzialità di diffusione implicite al mezzo, quali altri vantaggi a livello artistico permette la comunicazione televisiva?
Non sono affatto amareggiato. Forse vi sfugge, ma in Italia c’è una lotta in corso fra chi crede in una democrazia (siamo in pochi, ma ossi duri) e chi ama la cultura dell’accordo sottobanco (così fan tutti gli altri, a quanto pare), che è tutto fuorché democrazia. So cosa sto facendo e certe conseguenze sono nell’ordine delle cose. Se gli italiani non fossero così diffusamente corrotti, ai vari livelli, le censure televisive non potrebbero accadere perché verrebbero vissute come un’ingiustizia verso se stessi, verso il proprio diritto di essere informati. In Inghilterra o in Francia, un direttore di Tg come Minzolini verrebbe cacciato su due piedi e non potrebbe più farsi vedere in giro dalla vergogna.
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