di Marco Longo
Il tedesco e pluripremiato Fatih Akin (classe 1973, origini turche assolutamente da non dimenticare) torna alla pura commedia dopo undici anni dal suo lungometraggio d’esordio Kurz Und Schmerzlos, Pardo di bronzo a Locarno ’98. La ricetta di Soul Kitchen funziona bene, anzi: benissimo. Non solo perché dietro alle immagini c’è una solida coreografia culinaria (il titolo parla chiaro), di quelle che rendono un film aprioristicamente affascinante; ma perché è il suo autore a donarsi al pubblico in prima persona, gettando in pentola parte delle sue stesse avventure giovanili, un umanesimo cialtrone e picaresco che a tavolino non te lo puoi mica inventare, una cultura musicale talmente puntuale e avvolgente da volersi appuntare gli interi titoli di coda, e – dulcis in fundo – la città natale, Amburgo, quale teatro di irriverenti peripezie.
Così la vicenda del giovane Zinos, origini greche e un bizzarro ristorante che crudeli speculazioni edilizie e ufficio tasse vorrebbero distrutto, si sviluppa tra fidanzamenti impossibili, incontri rocamboleschi con figure letteralmente fuori di testa, un’ernia del disco curata con metodi poco ortodossi e, manco a dirlo, il gravoso dilemma del futuro. Tutto un pretesto, forse, per lasciare lo spazio a una narrazione corale, dove a ciascun personaggio, oltre che il compito di farci ridere come dei coglioni, sono affidati messaggi graditi e preziosi, per non dire indispensabili: coltiva il tuo sogno, resta fedele a chi ti vuole bene, ritrova la dignità perduta, e soprattutto non prenderti troppo sul serio: o finirai per trasformarti in uno stronzo.
Fatih Akin, come Ken Loach, sceglie la via della commedia per dirci che puoi anche essere l’uomo più disperato della terra, ma non hai ancora terminato le cartucce a tua disposizione. Si profila in qualche modo un nuovo messaggio di riscatto sociale, completamente de-ideologizzato, in base al quale l’onestà dei propositi e la bontà delle azioni può ancora determinare l’esito di un’intera esistenza: i soldi, il successo, la stabilità non sono più la causa della felicità; piuttosto i suoi più autentici effetti. Al di là dell’indirizzo etico più o meno esplicito, resta il valore di un ritratto metropolitano a 360°, un’attenzione al dettaglio visivo e sociale che rilancia la cultura del meltin’ pot e ne potenzia le sfumature, i riverberi, le possibili rielaborazioni: onestissima attitudine popular alla rappresentazione della realtà. La macchina da presa si muove tanto, mai banalmente: ricorda la soggettiva di chi entra, un po’ bevuto, a una festa meravigliosa, e ne vede di tutti i colori, e poi esce appagato, liberato dalle tossine della cattiveria e dalle brutture del vivere contemporaneo.
Soul Kitchen, Gran Premio della Giuria a Venezia ‘09, è un film squisitamente edonista, gravido di elementi narrativi curati al millimetro, nutrito da una serie di trovate così efficaci da farci sperare che anche la vita reale possa un giorno avvicinarvisi: alta cucina, buona musica, molto amore, moltissimo sesso e ancora più risate.






