Pose d’ascolto

di Marco Lenzi

L’amico Marco Zocchi mi ha mandato ieri via mail questa foto di qualche annetto fa della quale non avevo memoria e nella quale sembro assorto in una qualche lettura. “No, stavi ascoltando musica, me lo ricordo benissimo”, ha precisato l’amico Zocchi. Sono posture straordinariamente simili, quella della lettura e quella dell’ascolto. Ma mentre ci è facile immaginare posture per la lettura e più in generale per l’osservazione, ci è un po’ più difficile capire quale sia la postura ‘giusta’ per l’ascolto, nella quale lo sguardo deve necessariamente perdersi nel vuoto o addirittura annullarsi. Concentrarsi nell’ascolto sembrerebbe dunque significare ‘scendere in sé stessi’, come già suggeriva Boezio, circa millecinquecento anni fa, a proposito della cosiddetta musica humana.

Credo sia molto interessante porsi la questione di quello che succede durante l’ascolto, la questione del ‘cosa si ascolta quando si ascolta’. Com’è noto, Hanslick, nel suo fondamentale saggio sul bello musicale, aveva richiamato l’attenzione dei suoi lettori sul fatto che fino ad allora l’estetica musicale era stata considerata unicamente a parte subiecti. Era dunque necessario, secondo il grande musicologo boemo, abbandonare una simile prospettiva ermeneutica, interessata ad indagare soltanto i sentimenti suscitati dalla musica nell’ascoltatore, in vista e a favore di un tipo di ascolto per così dire ‘oggettivo’, tutto volto cioè a cogliere le caratteristiche strutturali e formali di un brano di musica, il cui contenuto non consisterebbe in nient’altro che nelle reciproche relazioni intervallari tra i suoni ed essendo quindi i sentimenti e le emozioni qualcosa di soggettivo, se non proprio di arbitrario, che vi aggiungiamo noi.

Hanslick naturalmente fece scuola e il suo saggio segnò l’atto di nascita della musicologia moderna, per la quale la musica non è più e non tanto qualcosa di cui si parla (e quindi qualcosa che va tradotto nella nostra lingua) ma qualcosa che parla da sé secondo un linguaggio autonomo e dotato di codici grammaticali propri. Questo approccio, che ha dato ovviamente meravigliosi frutti, ha dominato per più di un secolo e ha finito per occultare quasi del tutto quell’estetica del sentimento che oggi, come sembrano attestare segnali e proposte che provengono da più parti, si sente il bisogno di recuperare e riprendere in seria considerazione. E infatti, dopotutto, se c’è qualcosa di arbitrario nell’approccio ‘formalista’, è proprio questa netta separazione tra oggettività del linguaggio e soggettività dell’emozione da esso suscitata; è anzi in questo ‘suscitare’, nella natura misteriosa di questo incontro tra i suoni e la vita spirituale dell’ascoltatore, che va ricercata la verità dell’esperienza musicale. Riprendere in considerazione l’ascolto nelle sue varie modalità (dall’ascolto distratto praticato dai più a quello approfondito e concentrato che è capace di dischiudere universi emotivi di sconfinata bellezza) significa anche restituire finalmente la musica alla cultura, togliendole quell’aura di purezza che in fondo non le è mai appartenuta.

Lapsus supporta il blog “Rifiutando il metodo Bona” di Marco Lenzi


Lascia un Commento