Gli innamorati che piangono il loro Eric Rohmer

tn_imagen_t2_587c di Marco Longo

Con la morte di Eric Rohmer (Tulle, 4 aprile1920 – Parigi, 11 gennaio 2010) non viene a mancare soltanto il cantore più garbato e intimista del cinema francese dello scorso secolo – il più coerente a quella politica degli autori presto calpestata da anni di poetiche ingenuotte e prevalentemente ombelicali: con la morte di Rohmer si perde – si consegna alla Storia in via definitiva – una maniera di immaginare e costruire l’oggetto filmico che difficilmente tornerà a rivivere sul grande schermo. Lontano da riflettori e interviste, scrittore negli anni giovanili e critico per tutta una vita, Rohmer è stato in grado, unico fra pochissimi, di orientare il cinema anzitutto in direzione dell’esistenza, offrendo allo spettatore una serie di quadri di vita mirabilmente intessuti di azioni, battute, attitudini umane. Tutte all’insegna del privato, dell’ironia, della quotidianità, ma non del realismo: Rohmer sembra essere più interessato alle sfaccettature magiche e alchemiche della realtà, nel tentativo imperfetto di violare un cifrario interiore tuttora irrisolto, che rende (tutte) le sue storie molto simili a un rito iniziatico. Sono pagine di diario, i suoi film: capitoli di uno stesso saggio antropologico; non è difficile dunque capire perché Rohmer sia stato anche il precursore del concetto di ciclo filmico, organizzato secondo un ben preciso tema.

Della sua opera resteranno impressi, nella memoria di chi vorrà ricordare, la cura minuziosa per una messinscena essenziale, uno stile pacato e mai esplicito, l’indagine meticolosa e antiretorica sulla natura dei personaggi: figure ordinarie che si incontrano, discutono e si innamorano, vittime e complici del destino e dei desideri che trainano le loro scelte e relazioni. Era un cinema filosofico: provate a trovare un regista che illustri in maniera così naturale – proprio a partire dai dialoghi – gli elementi viscerali di una condizione universale. Che guardasse al presente o attingesse alla Storia; che scegliesse la campagna o le isolate località balneari della Francia quale teatro dei propri racconti, o preferisse ambientarli nelle grandi metropoli; e ancora, che privilegiasse all’uso della pellicola la sperimentazione del digitale, come negli ultimi film: il cinema di Rohmer restituisce in tutte le sue declinazioni l’inferno leggero del vivere giorno per giorno, lontano dal compromesso e per questo preda di equivoci, ossessioni o desideri improvvisi.

Vinse molto, e molto oggi gli viene tributato dalla critica: non l’elogio ridondante e pomposo che molti ha seppellito vivi, ma la riconoscenza verso chi, come fece a Venezia ‘86 il suo Il raggio verde, riesce a stregare con la forza di un’amorevole semplicità. L’opera di Rohmer è, in ultima analisi, fra le più erotiche del cinema francese ed europeo di sempre: guardare oggi film come La collezionista (1967), La mia notte con Maud (1969) e Il ginocchio di Claire (1970), così lontani nel tempo e ancora capaci di incollare alla poltrona il più ottuso degli spettatori, richiede un naturale esercizio di riappropriazione dello sguardo che fortunatamente ci libera da oltre quarant’anni di tabù televisivi e immaginario frustrato: davanti ai nostri occhi si dispiegano le dinamiche dell’attrazione, la riflessione su temi come malizia e feticismo, l’immagine ricorrente dell’uomo che, in procinto di legarsi a una donna, si lascia tentare da un’altra, facendosi travolgere da tutte le conseguenze del caso. Un cinema morale, sulla scia di Murnau (la concezione dello spazio) e Mizoguchi (la vita quotidiana), che ci insegna ad amare la gioventù come l’età più bella e definitiva: quella in cui scegliamo di amare (e come amare) o di lasciarci spegnere lentamente.


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