Archivio di gennaio 2010


Avatar: la natura dei pixel è antiecologista

di Francesco Longo

Sui messaggi contenuti nel film Avatar di James Cameron si è molto discusso, e uno dei temi trattati è chiarissimo, molto meno lo è però la scelta operata per trasmetterlo. Avatar è stato letto da molteplici punti di vista, non sono mancate le interpretazioni politiche e geo-politiche, ideologiche, religiose, culturali. È stato detto, riassumendo tutte le possibili letture, che questo film è: antimilitarista, che critichi la tecnologia e le armi, e che inchiodi il modo di conquistare le risorse senza responsabilità. Non è così scontato intendere questa pellicola come un concentrato di anti-americanismo o di critica radicale all’Occidente (come anche è stato proposto), ma un tema è insomma certamente cristallino: la denuncia della distruzione della Natura. Pandora, infatti, il pianeta abitato dagli innocenti indigeni azzurri, sembra una sorta di Foresta Amazzonica minacciata dagli umani e dalle loro macchine devastatrici. Le possibili allegorie che si attivano nel film generano molti sensi e numerosi piani di lettura, è indubbio, però, che tra tutti questi sensi spicchi un richiamo alla difesa della Natura e che Avatar sia cioè un film dichiaratamente ecologista. James Cameron tuttavia crede possibile comunicare il valore di un ambientalismo panteista col più mastodontico sfoggio di tecnologia che si sia mai visto al cinema. La natura e l’ambiente incontaminato raccontati nel film sono infatti frutto di una sofisticatissima realizzazione informatica. Il Grande Elogio della Natura Incontaminata viene comunicato nel momento stesso in cui si stanno mostrando i Vertiginosi Miracoli della Tecnologia e del Progresso Informatico. Il valore della Natura, nel film, coincide col sogno delle possibilità virtuali, e tanto più ci piace e ci seduce questa Natura, quanto dobbiamo ammettere – con euforia – che questa è un enorme Eden artificiale. L’incanto è dato dai pixel, non dagli alberi. Pandora infatti, che vorrebbe forse essere l’emblema di una terra vergine, è in realtà il santuario della grafica computerizzata e il più raffinato dei mondi sintetici. Un videogame divino.
I messaggi non vivono nelle bottiglie. Vengono trasmessi attraverso gli strumenti che si scelgono per esprimerli. Cameron non la pensa così. Crede che le idee possano essere trasmesse in qualsiasi modo. Voglio fare un elogio della natura? Lo posso fare anche attraverso i più potenti mezzi della tecnologia (senza mai inquadrare un albero vero, un tramonto, un insetto). Il linguaggio però non funziona così e soprattutto non funziona così il modo in cui il nostro cervello apprende. Il cervello apprende secondo dei meccanismi che non coincidono con i messaggi che gli vengono lanciati. Chi studia il linguaggio della politica lo sa bene. Il libro culto Non pensare all’elefante! (di Geroge Lakoff) lo diceva chiaramente: il nostro cervello non fa ciò che gli dicono i messaggi (tanto che l’esercizio di non pensare ad un elefante è un esercizio impossibile). Leggi il resto di questo articolo »


Pose d’ascolto

di Marco Lenzi

L’amico Marco Zocchi mi ha mandato ieri via mail questa foto di qualche annetto fa della quale non avevo memoria e nella quale sembro assorto in una qualche lettura. “No, stavi ascoltando musica, me lo ricordo benissimo”, ha precisato l’amico Zocchi. Sono posture straordinariamente simili, quella della lettura e quella dell’ascolto. Ma mentre ci è facile immaginare posture per la lettura e più in generale per l’osservazione, ci è un po’ più difficile capire quale sia la postura ‘giusta’ per l’ascolto, nella quale lo sguardo deve necessariamente perdersi nel vuoto o addirittura annullarsi. Concentrarsi nell’ascolto sembrerebbe dunque significare ‘scendere in sé stessi’, come già suggeriva Boezio, circa millecinquecento anni fa, a proposito della cosiddetta musica humana.

Credo sia molto interessante porsi la questione di quello che succede durante l’ascolto, la questione del ‘cosa si ascolta quando si ascolta’. Com’è noto, Hanslick, nel suo fondamentale saggio sul bello musicale, aveva richiamato l’attenzione dei suoi lettori sul fatto che fino ad allora l’estetica musicale era stata considerata unicamente a parte subiecti. Era dunque necessario, secondo il grande musicologo boemo, abbandonare una simile prospettiva ermeneutica, interessata ad indagare soltanto i sentimenti suscitati dalla musica nell’ascoltatore, in vista e a favore di un tipo di ascolto per così dire ‘oggettivo’, tutto volto cioè a cogliere le caratteristiche strutturali e formali di un brano di musica, il cui contenuto non consisterebbe in nient’altro che nelle reciproche relazioni intervallari tra i suoni ed essendo quindi i sentimenti e le emozioni qualcosa di soggettivo, se non proprio di arbitrario, che vi aggiungiamo noi. Leggi il resto di questo articolo »


Soul Kitchen: te lo do io il meltin’ pot!

soul_kitchendi Marco Longo

Il tedesco e pluripremiato Fatih Akin (classe 1973, origini turche assolutamente da non dimenticare) torna alla pura commedia dopo undici anni dal suo lungometraggio d’esordio Kurz Und Schmerzlos, Pardo di bronzo a Locarno ’98. La ricetta di Soul Kitchen funziona bene, anzi: benissimo. Non solo perché dietro alle immagini c’è una solida coreografia culinaria (il titolo parla chiaro), di quelle che rendono un film aprioristicamente affascinante; ma perché è il suo autore a donarsi al pubblico in prima persona, gettando in pentola parte delle sue stesse avventure giovanili, un umanesimo cialtrone e picaresco che a tavolino non te lo puoi mica inventare, una cultura musicale talmente puntuale e avvolgente da volersi appuntare gli interi titoli di coda, e – dulcis in fundo – la città natale, Amburgo, quale teatro di irriverenti peripezie.

Così la vicenda del giovane Zinos, origini greche e un bizzarro ristorante che crudeli speculazioni edilizie e ufficio tasse vorrebbero distrutto, si sviluppa tra fidanzamenti impossibili, incontri rocamboleschi con figure letteralmente fuori di testa, un’ernia del disco curata con metodi poco ortodossi e, manco a dirlo, il gravoso dilemma del futuro. Tutto un pretesto, forse, per lasciare lo spazio a una narrazione corale, dove a ciascun personaggio, oltre che il compito di farci ridere come dei coglioni, sono affidati messaggi graditi e preziosi, per non dire indispensabili: coltiva il tuo sogno, resta fedele a chi ti vuole bene, ritrova la dignità perduta, e soprattutto non prenderti troppo sul serio: o finirai per trasformarti in uno stronzo. Leggi il resto di questo articolo »


Gli innamorati che piangono il loro Eric Rohmer

tn_imagen_t2_587c di Marco Longo

Con la morte di Eric Rohmer (Tulle, 4 aprile1920 – Parigi, 11 gennaio 2010) non viene a mancare soltanto il cantore più garbato e intimista del cinema francese dello scorso secolo – il più coerente a quella politica degli autori presto calpestata da anni di poetiche ingenuotte e prevalentemente ombelicali: con la morte di Rohmer si perde – si consegna alla Storia in via definitiva – una maniera di immaginare e costruire l’oggetto filmico che difficilmente tornerà a rivivere sul grande schermo. Lontano da riflettori e interviste, scrittore negli anni giovanili e critico per tutta una vita, Rohmer è stato in grado, unico fra pochissimi, di orientare il cinema anzitutto in direzione dell’esistenza, offrendo allo spettatore una serie di quadri di vita mirabilmente intessuti di azioni, battute, attitudini umane. Tutte all’insegna del privato, dell’ironia, della quotidianità, ma non del realismo: Rohmer sembra essere più interessato alle sfaccettature magiche e alchemiche della realtà, nel tentativo imperfetto di violare un cifrario interiore tuttora irrisolto, che rende (tutte) le sue storie molto simili a un rito iniziatico. Sono pagine di diario, i suoi film: capitoli di uno stesso saggio antropologico; non è difficile dunque capire perché Rohmer sia stato anche il precursore del concetto di ciclo filmico, organizzato secondo un ben preciso tema. Leggi il resto di questo articolo »


Avatar, roba vecchia e senza emozioni.

avatar-filmdi Natalia Aspesi

Malgrado anche i critici l’ abbiano coraggiosamente giudicato un capolavoro, le masse preposte agli incassi oceanici non si sono spaventate e hanno fatto il loro dovere: così anche in Italia, il primo giorno di programmazione, “Avatar” ha fatto 2 milioni e 100 mila euro di incassi. EHA superato quelli già stratosferici del Verdone di “Io, loro e Lara“, pure questo impallinato come meraviglia da chi un tempo, se il film non era una tragedia curda o una graphic novel filippina, neanche lo considerava. Certo il film di Cameron lo stanno dando da noi in 925 sale di cui 416 velocemente attrezzate per far venire la nausea con gli occhiali verdi e rossi del 3D (con risultati pessimi su chi già porta occhiali da vista). Per cui anche nolentio solo dubbiosi, lì si deve finire. Del resto negli Stati Uniti dove è ancora nei cinema, è al secondo posto negli incassi 2009 (dopo “Transformers: la vendetta del caduto”, 402.111.870 dollari) , con 42.114.898 dollari. Leggi il resto di questo articolo »


Che ne sarà della Privacy?

di Bruce Schneider

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Negli ultimi 20 anni si è verificato un cambiamento epocale nella lotta per la privacy personale.

La pervasività dell’informatica è sfociata in una sorveglianza quasi continua di ognuno di noi, con profonde conseguenze per la nostra società e le nostre libertà. Una nuova miniera di dati, frutto della sorveglianza, viene utilizzata sia dalle aziende private, che dalle autorità di polizia. Per questo è’ necessario che noi, come cittadini, ne comprendiamo l’evoluzione tecnologica e ne discutiamo le implicazioni: se ignoriamo il problema e lo lasciamo al “mercato”, scopriremo presto che della nostra privacy sarà rimasto ben poco.

Molte persone pensano alla sorveglianza in termini di operazioni di polizia. Seguire quella macchina, sorvegliare quella persona, ascoltare le sue telefonate. Questo genere di sorveglianza esiste ancora, ma la sorveglianza del giorno d’oggi è più simile quella che la NSA ha di recente attivato contro i cittadini americani: l’intercettazione di ogni telefonata, alla ricerca di determinate parole chiave. E’ ancora sorveglianza, ma stavolta all’ingrosso. Leggi il resto di questo articolo »