Appello per tutti i lettori ormai apolidi
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“Gli editoriali di Ezio Mauro (sosia non riconosciuto di Martin Sheen) sono curati con la stessa ridicola dedizione con cui si potano i bonsai e sono così asettici che riescono ad innervosirci in sole cinque righe…”
di Luigi Pesce
Confessiamo di essere stati affezionati a Repubblica, di averla considerata come un oggetto familiare, domestico e irrinunciabile. Fin da quando abbiamo memoria, La Repubblica, coi suoi 40 cm di spessore e il suo mezzo chilo di peso netto, è stata il pane quotidiano su cui aguzzare i nostri occhi giovani e affamati di realtà e delle sue interpretazioni.
Ma c’era di più. C’era un orgoglio di appartenenza che ci univa tutti in una specie di comunità ideologica e non organizzata convinta che un’altra Italia fosse possibile.
In questi anni abbiamo assimilato e digerito gli editoriali domenicali del dotto Scalfari (per brevitas, il Fondatore) che, da buon cardinale del laicismo, si ostina a tutti i costi nell’educare gli italiani su cosa sia una democrazia compiuta. Quasi si costruisse, questa democrazia, nell’austerità e nel rigore del suo studio romano, davanti ai suoi portafoto d’argento e i suoi enormi specchi. Abbiamo letto con ammirazione gli affondi politici pieni di numeri, citazioni e date di Curzio Maltese, e persino con distratta benevolenza le educate, mosce e borghesissime parole di Giannini. Abbiamo condiviso le serie campagne di inchiesta sui problemi di questo Paese e per anni abbiamo letto l’Amaca di Michele Serra e ne abbiamo riso (di quel riso che, citando Paolo Conte, lascia con quella faccia un po’ così).
Ma, al giorno d’oggi, La Repubblica è un giornale diverso: sono cambiati i suoi lettori e non ci riconosciamo più tra loro. O, forse, siamo cambiati noi e non ce ne siamo neppure accorti. Fatto sta che da otto/nove mesi ci sentiamo orfani e non proviamo alcun entusiasmo nel comprare meccanicamente il nostro giornale preferito. Anzi, diremo che non solo ormai lo leggiamo svogliatamente, ma avvertiamo anche una certa punta di fastidio. Ci sembra che non ci sia più quell’adorabile dinamismo polemico e scattante di un tempo e che le campagne etiche e politiche siano così ridotte sul piano ideologico da appiattire qualsiasi interesse. Si punta il dito, con acidità e senza ironia, sui vizietti della fauna politica, sul gossip più triviale, sui difetti fisici (se solo potessimo avere un centesimo per ciascun articolo che abbiamo letto in cui si fa cenno alle scarpe rialzate di Berlusconi). Ci sembra insomma che La Repubblica si sia brizzolata, sia ingrassata, si sia imbolsita.
Causa di questo crediamo siano alcune scelte editoriali, ormai di difficile conversione. Con la scelta consapevole di opposizione ragionata ma vuota di slanci e di ideali, La Repubblica è diventata un mostro triste, vecchio e incapace di costruire un futuro.
Gli editoriali di Ezio Mauro (sosia non riconosciuto di Martin Sheen) sono curati con la stessa ridicola dedizione con cui si potano i bonsai e sono così asettici che riescono ad innervosirci in sole cinque righe. Manifestano, a ben vedere, quel finto buon senso spicciolo (e talvolta retorico) da farci credere che abbia davvero poca stima per i suoi lettori.
In questi anni di continui, pigri e sterili sfottò antiberlusconiani, quelli di Repubblica hanno coltivato l’idea di essere l’unico meritevole giornale italiano, di essere il buon giornalismo libero, attendibile e indipendente. Quasi fossero un giornale inglese, più che italiano. Comincino allora col togliere quella striscetta pornosoft di finte notizie sul loro sito internet e le incalzanti pubblicità ad apertura delle notizie, come tutti i giornali seri di questo mondo.


Le vendite della Repubblica sono in calo da mesi: perdono lettori e se ne fregano. L’importante è dimostrare di essere antiberlusconiani ma con educazione.
Ho smesso anch’io di comprarla.