Archivio di novembre 2009


Quando si combattono i tribunali, non bisogna farli lavorare

di Tommaso Gazzolo

La cosiddetta legge sui processi brevi è, oggi, in attesa di “aggiustamenti tecnici” da parte delle commissioni interne alla maggioranza. Ciò che, tuttavia, dovrebbe essere chiaro al governo, prima di ogni questione tecnica, è la ragione politica dell’intervento. Mi riferisco, nella specie, al disposto dell’art. 2 del progetto di legge, sull’estinzione dei processi penali.

Per ragioni sistematiche e di completezza, ritengo, tuttavia di dover spendere qualche breve osservazione anche sulla prima disposizione. L’art. 1 disciplina la tutela risarcitoria da accordare alla parte – vincitrice o soccombente – di un processo protrattosi oltre i limiti temporali stabiliti dalla norma. A dispetto delle intenzioni dichiarate dal legislatore, non credo che tale innovazione possa costituire, tecnicamente, un freno, se non un po’ bislacco e meramente lenitivo, alle condanne della Corte Europea dei diritti dell’uomo all’Italia per la violazione della ragionevole durata del processo.

Si potrebbe sostenere che, con l’intervenuta normativa, i rischi di condanne pecuniarie a carico dello Stato siano effettivamente diminuiti, garantendo l’art. 1 una procedura interna di efficace riparazione. Senonchè, ciò non impedirà alla CEDU la possibilità di continuare a pronunciare sentenze quantomeno dichiarative della violazione della Convenzione da parte dell’Italia, in quanto, secondo la consolidata giurisprudenza della Corte Europea, il versamento di un’indennità a seguito del riconoscimento di violazioni della Convenzione da parte degli Stati non è in sé sufficiente a far venir meno in capo al ricorrente lo status di “vittima” previsto dall’art. 34 CEDU (cfr. Delle Cave c. Italia 5 Giugno 2007; Spadaro c. Italia 20 Settembre 2007; Cocchiarella c. Italia, 29 Marzo 2006). Leggi il resto di questo articolo »


Come John Cage divenne un esperto di funghi in tv: ovvero come Mike Bongiorno sfiorò la storia della musica, senza accorgersene

Cage e Bongiorno

di Marco Lenzi

Reduce della storica partecipazione ai Ferienkurse di Darmstadt nell’estate del 1958, durante i quali con la sua musica aleatoria mandò a gambero mondo l’universo compositivo coeso e coerente degli strutturalisti europei, John Cage trascorse l’autunno e parte dell’inverno successivi in Italia, a Milano, invitato da Luciano Berio a lavorare allo Studio di Fonologia della Rai. Lì il compositore americano produsse uno dei suoi pezzi più noti, Fontana mix per nastro magnetico, che realizzò andando in giro per la città lombarda a registrare rumori di ogni sorta che vennero poi rielaborati in studio secondo quel metodo di lavoro maniacale che aveva già caratterizzato gran parte della sua opera dalla Music of Changes (1951) in poi (un lavoro massacrante di ore, giorni e mesi che consisteva, in questo caso, nel ritagliare e incollare su porzioni di nastro vergine migliaia di piccolissimi pezzi di nastro, le cui caratteristiche – durata, collocazione, etc. – erano rigorosamente determinate dal lancio delle monete dell’I Ching). Durante il soggiorno milanese Cage compose anche un’Aria per la stupefacente e versatile voce di Cathy Barberian, all’epoca moglie di Berio, e intraprese in compagnia del compositore ligure una serie di concerti in alcune città italiane. Ma se questi pezzi e questi concerti sono passati alla storia della musica moderna, la presenza di Cage in Italia è passata anche alla storia del costume per la sua partecipazione a Lascia o raddoppia, il quiz di Mike Bongiorno che non ha ovviamente bisogno di alcuna presentazione. La storia del come andarono le cose al riguardo è abbastanza buffa e ha dei curiosi retroscena, svelati per ovvie ragioni da poco tempo. Leggi il resto di questo articolo »


“Estremo Occidente”

copmjc“Estremo occidente” è un disco dedicato alla bellezza senza tempo del suono pianistico. Le registrazioni raccolgono 9 composizioni per pianoforte di Vittorio Nocenzi, ispirate a 9 esagrammi de “I Ching”. L’opera di un compositore contemporaneo che durante la sua vita artistica ha coniugato la formazione classica con un percorso rock di grande creatività. Essendo “I Ching” qualcosa di particolarmente esoterico e apparentemente casuale, anche le registrazioni hanno ricercato la stessa incidentalità, ricorrendo a soli tre take di ripresa sonora per ogni brano, secondo un criterio di istantcomposition (per ‘Wu Wuang – L’inaspettato’ un solo take). Un’ultima breve considerazione riguarda la dilatazione delle armoniche del pianoforte attraverso l’uso di un pedale, che è tenuto abbassato in misura molto più larga di quanto non sia consigliato dal galateo pianistico. Lo scopo è stato quello di consentire un ascolto diverso, come se l’ascoltatore potesse mettere l’orecchio nella coda del pianoforte, per sentire le armoniche delle corde esprimere il massimo della loro ricchezza timbrica.

In occasione dell’uscita dell’album, sono stati raccolti diversi contributi critici, che andranno a formare un testo di accompagnamento a questi esagrammi per pianoforte. Pubblichiamo qui di seguito, per gentile concessione dell’autore, la nota “Tre volte tre” di Tommaso Gazzolo.

“TRE VOLTE TRE”

di Tommaso Gazzolo

I

Il pianoforte suona mentre le città bruciano: A Berlino a Varsavia, a Riga, a Mosca, sino all’Estremo Occidente, bianco non-luogo di esagrammi, che esiste solo combinando il nome segreto dei nuovi dei che verranno.

Balza e salta in queste musiche, che sono nodi tra le lettere spedite laggiù, dove tre volte si viene inghiottiti nel ventre del pesce-balena, tre volte si muore, tre volte la vita cambia.

Suona, mentre Roma (Rom) brucia. Le note cadono su una radura lontana, in un mondo già finito: il musicista fa un inchino, a fianco del suo pianoforte gigantesco, alto come un albero dei boschi che ci hanno ospitato, nel tempo ora cenere, illusione di luce ed ombra. Le sue note cadono gocce di pioggia, calpestate, appena batton la terra, da cavalli d’Oriente in fuga come neri monaci (come le nubi del San Dominique): per tre volte tre, saltano come pesci nella mente del boia, questi accordi del dopo-estensione. La Storia del mondo si afferra solo negando la causalità.

Lo Spirito che possiede ancora, quasi per una dimenticanza delle Eumenidi, la coscienza dell’Europa, sentirà che queste note splendide giungono da un luogo dimenticato, l’Occidente ultimo, dove è rimasto un grande pianoforte in mezzo al mare, nobili uomini succhiano long han, dove il Mekong nasconde nelle proprie acque il sangue e le pelli prese dalla Vistola; il musicista si prende cura di ogni istante di musica, lo fissa per l’eternità, eterna la sua preoccupazione del tempo.

Proscritto del Re, dopo che il crepuscolo si è compiuto alla finestra di una biblioteca di Siviglia, dietro il popolo dei ratti: amore, mio amore lontano, solo la conquista ci è data ancora, nonostante il Reisenverbot che ha ucciso il filosofo, dietro il suo sorriso e le foglie rosse dell’autunno, bruciato nella città, fuggiasco (bruciato fastidito, ma senza condanna, di cui non ha più bisogno un mondo amministrato di eguali). Place d’autruy, dove Cristo, dall’Appia, indica la croce: il sangue ti ha inghiottito, tre volte la vita del musicista è cambiata, tre volte catastrofi che nessuna generazione aveva mai conosciuto si sono abbattute sulla strada del pescecane – der Weg in der Wage. Tre pesi sul fondo del lago, dentro tre cerchi di musiche: requiem, canzone dei pirati (uomini trascendenti, che-jen), forma fugata. Leggi il resto di questo articolo »


Vent’anni dopo la svolta

Ospitiamo volentieri sul lapsusweb l’articolo di Fabrizio Rondolino apparso su leragioni.it

Mentre Achille Occhetto era a Barcellona con Claudio Martelli per partecipare ad una riunione dell’Internazionale socialista, a Rimini, su un camper trasformato in ufficio e parcheggiato dietro il palazzo dei congressi, Bettino Craxi amabilmente chiacchierava con Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Era il 22 marzo 1990, il Pci non era ancora diventato Pds e il segretario del Psi aveva appena terminato la sua relazione alla Conferenza programmatica. Volle incontrare D’Alema e Veltroni, che non conosceva personalmente, perché gli sembravano i migliori della nuova generazione, e i più promettenti. Craxi avrà avuto molti difetti, ma non gli mancava il fiuto politico. C’è però un doppio retroscena che merita di essere ricordato. Il camper di Craxi era un luogo-simbolo della Prima repubblica ormai al tramonto: l’anno prima, all’Ansaldo di Milano, proprio in quel camper Craxi e Forlani avevano siglato l’accordo di pentapartito in seguito noto come “Caf”. Occhetto, invitato a Rimini, subodorò la trappola: “Mi farà salire sicuramente sul camper, ma io non voglio”. Trovò così la scusa della riunione di Barcellona, dove la sua presenza non era inizialmente prevista, e declinò l’invito, nonostante Craxi giungesse ad offrirgli un volo privato. Il buffo è che anche Martelli non avrebbe dovuto essere a Barcellona quel giorno: Craxi non vedeva di buon occhio la diplomazia parallela del suo delfino, e aveva riservato a sé ogni decisione riguardante l’Internazionale (fu in effetti lui, alla fine del ’91, a dare il via libera all’ingresso del Pds). L’aneddoto aiuta a capire quale groviglio politico, psicologico e umano governasse in quegli anni i rapporti fra il Pci-Pds e il Psi. E perché la caduta del Muro, anziché riunificare la sinistra italiana, la seppellì. È nell’incomprensione radicale fra Berlinguer e Craxi che si trova la ragione dell’antisocialismo di Botteghe Oscure e dell’anticomunismo di via del Corso. Berlinguer e Craxi non si amavano; probabilmente si detestavano. Ma non è (soltanto) con la psicologia che si spiega la politica, e il dissenso fra il ‘berlinguerismo’, cioè quella particolare declinazione del togliattismo che aveva nell’unità nazionale (il “compromesso storico”) e nel conservatorismo costituzionale il proprio baricentro, e il ‘craxismo’, che si proponeva invece come modernizzazione istituzionale (il presidenzialismo e la “Grande riforma”) e innovazione politica (l’alternativa), è un dissenso autentico e incolmabile, perché mette in campo due sinistre culturalmente, prima che politicamente, diverse. Ma la ferocia dello scontro che, dopo un anno di guerriglia ideologica a base di Proudhon e Gramsci, esplode violento nei giorni del rapimento Moro (marzo ’78), quando Craxi gioca la carta umanitaria in polemica aperta con l’asse Pci-Dc venutosi a cementare intorno al secondo governo Andreotti, e che si conclude con i fischi del congresso socialista di Verona a Berlinguer, un mese prima della sua morte (giugno ’84), lasciò ben poco spazio al dibattito culturale e alla discussione politica. È vero: Craxi aveva esplicitamente dichiarato di voler fare come Mitterrand, cioè riequilibrare i rapporti di forza elettorali a favore del Psi, perché soltanto con una guida socialista – sosteneva – l’alternativa alla Dc sarebbe stata possibile. Leggi il resto di questo articolo »


Quando the Wall cadde, come corpo morto cade

Pubblichiamo parte dell’articolo di Francesco Riva apparso su: letturefantastiche.com


Video servizio del TG3 sulla caduta del muro di berlino

Nella patria del simbolo della divisione europea, il 1989 sembrava trascorrere esattamente come erano passati tutti gli anni precedenti fin dalla costruzione del Muro. Il SED, il partito socialista unitario della Germania Democratica, aveva vinto le elezioni municipali in Maggio, ottenendo il 95% dei voti. Certo, alcuni gruppi di opposizione si erano formati, ma nulla che potesse impensierire il Sicherheitdienst, il servizio di sicurezza della Stasi, la temuta polizia segreta. I giornali segnalavano saltuariamente i problemi che in Ungheria e in Polonia si stavano creando, ma con un accento piuttosto pittoresco, come se si trattasse di avvenimenti di un altro mondo e, forse, era anche vero.

Il fatto che gli altri partiti comunisti europei, soprattutto quello bulgaro, cominciassero a trasformarsi in “Democratici”, non sembrava intaccare per nulla il regime di Berlino Est. I riformatori all’interno del SED si potevano contare sulle dita di una mano e la sua posizione ufficiale si può ben comprendere se si legge la piena soddisfazione pronunciata pubblicamente dal Parlamento tedesco orientale per l’operato di Deng Xiao Ping durante i fatti di Tien An Men. La sicurezza ostentata dal governo di Berlino doveva però ben presto confrontarsi con le “vacanze” dei tedeschi orientali. Infatti, l’estate del 1989 sarebbe stata altrettanto sconvolgente di quella di due secoli prima nella Francia rivoluzionaria. Passare alcuni giorni sul Lago Balaton era diventata un’abitudine consolidata per tutti i cittadini della RDT e quando col sopraggiungere della bella stagione furono richiesti dei visti d’uscita per l’Ungheria in numero sempre maggiore, non si ebbe il sospetto che stesse accadendo qualcosa di diverso da quello che avveniva ogni estate. Il mese di Luglio si aprì con la prima carovana di finti gitanti che sulle loro piccole Trabant (le auto interamente autarchiche che si sarebbero ritagliate un posto nella storia come simbolo di questo esodo di massa) varcavano la frontiera ungherese, dirigendosi verso Budapest o direttamente alla frontiera austriaca. L’Ungheria aveva, infatti, da poco scelto di abbattere la cortina di ferro proprio in direzione di quest’altra nazione, dichiaratamente neutrale. Leggi il resto di questo articolo »


Italy, 1980. Il successo di Umberto Eco, ingegnere del best-seller

da La Stampa del 25 marzo 1995, articolo di Oreste del Buono.

ecoNel redigere “La strategia dei best-seller” in Pubblico 1982 (Milano Libri, 1982), Alberto Cadioli dichiarava che l’apertura degli Anni ‘80 non aveva mutato il panorama delineato per il 1978-1979. <Nel 1980 tra i best- seller ricorrono i nomi di Piero Chiara (che nel 1980 non pubblica nulla ma prolunga il successo di Una spina nel cuore uscito alla fine del 1979), Alberto Bevilacqua (La festa parmigiana), Luca Goldoni (Dipende), Giovanni Arpino (Il fratello italiano), Carlo Cassola (Vita d’artista e La morale del branco), Fulvio Tomizza (L’amicizia), Nantas Salvalaggio (Rio dei pensieri).

Tra i piu’ venduti di narrativa italiana, Carlo Fruttero e Franco Lucentini (A che punto e’ la notte, uscito alla fine del 1979) e Luce d’Eramo (Deviazione, uscito nel 1979 ma lanciato verso il successo tra il 1979 e il 1980). Ma, soprattutto, il 1980 si caratterizza per il consenso di critica e pubblico nella seconda meta’ dell’anno a Il nome della rosa di Umberto Eco…>.

Nessuna obiezione da fare, tranne che, per l’esattezza, il 1980 non era l’apertura degli Anni Ottanta, ma la chiusura degli Anni Settanta. Il successo del best-seller di Umberto Eco avrebbe, comunque, dominato gli Anni Ottanta almeno sino all’apparizione sul mercato nel 1988 del secondo best-seller di Umberto Eco, Il pendolo di Foucault che avrebbe aggiunto successo a successo per il tormento degli invidiosi. Cadioli non commetteva l’errore comune a vari critici di giudicare un peccato da condannare il successo di Il nome della rosa. Lo commentava, infatti, insieme con il successo arriso quasi nello stesso periodo al Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino (Einaudi, 1979). <Calvino, con Se una notte d’inverno un viaggiatore, e’ stato per undici settimane al secondo posto assoluto, dopo Un uomo di Oriana Fallaci, nella classifica dei best-seller. Lanciato nella tarda primavera (che ora per gli editori costituisce un periodo favorevole, introducendo alle letture estive) e’ diventato un ”caso” per l’intelligenza che richiede al lettore, coinvolto a sviluppare la tecnica del racconto. Su questa intelligenza ha anche giocato l’editore, puntando inizialmente su un pubblico colto che aprisse il caso e trascinasse nuovi lettori (la pubblicita’ di Einaudi riportava una frase di Citati che definiva il romanzo di Calvino ”il piu’ ricco, il piu’ frondoso, il piu’ complicato, il piu’ inquieto, fra i suoi libri”). E sull’intelligenza richiesta al lettore, che non poteva limitarsi a consumare la narrazione, hanno puntato gli organi di stampa che via via si trovavano a parlare del libro. Leggi il resto di questo articolo »


About Women in Revolt

di Mario Zonta

dalla copertina del dvd Raro Video

Nel giugno 1968 Andy Warhol rischiò di morire in seguito alle ferite inferte da arma da fuoco utilizzata da una frequentatrice della Factory, Valerie Solanas, particolarmente attiva in un movimento femminista alquanto estremo, denominato Scum, che aveva come simbolo delle forbici e come scopo l’eliminazione fisica del “Maschio”. Leggi il resto di questo articolo »