
di Antonio Marco Iorio
Amado era il Gran Puparo di una piccola videoteca in via Sud Piazza D’Armi. Pochi civici ad est dell’Ufficio provinciale per il collocamento e la massima occupazione, pressoché all’altezza della penultima uscita di quel torbido asse mediano chiamato anni ottanta, s’affacciava la sua rampante poteca.
Un giorno di primavera, tallonato dalle impertinenze del mercato globalizzato, il signor Amado rinnovò il suo negozio, gettò in una discarica a cielo aperto nelle campagne di San Clemente la sua teoria di Vhs e lanciò come un osso in pasto ai tubi catodici dei casertani gli allora sconosciuti Dvd. Fu una rivoluzione. Tre consonanti in locomotion (d-v-d) per identificare un dischetto sottile e sbrilluccicante, dall’epica marziana, che divenne presto il nuovo Totem domestico del progresso.
Quelli erano gli anni anali della cacotopia neoliberista, l’Iperconsumo sbolliva le coscienze critiche e le mine brillavano nelle cave sui Monti Tifata. Gli anni in cui le anteprime del futuro si cannibalizzavano inarrestabili, lasciando ai bordi di sperdute strade sterrate solo altri rifiuti speciali di improba catalogazione.
E nella nostra città ad intermittenza albeggiava questo promettente top manager dell’home entertinement che ad un certo punto, con un’altra intuizione fulminea, decise di incastonare nella vetrina del suo negozio un distributore automatico H24.
Il signor Amado era una sorta di Nostradamus del Guadagno Assicurato, uno che dal nulla, nel giro di pochi mesi, acquisì una licenza comunale, allestì una videoteca e alzò su una Reggia Palace Hotel di soldi tintinnanti. Insomma, uno che a Caserta era riuscito a sbancare ogni ipotetico croupier scommettendo esclusivamente sulle sue intuizioni. Aveva fiuto, il signor Amado e stile, uno stile tutto particolare. Di sicuro, nel suo settore, era il non plus ultra. Da lui ci trovavi di tutto: polizieschi con Tomas Millian, proto-commedie sexy avec Edwige Fenech und Lino Banfi, il cult dal titolo improbabile – tipo Gummo1 – ma anche un vasto e variegato assortimento di film vietati ai minori di anni diciotto.
E per vasto assortimento si intende almeno duecento titoli, o meglio, duecento saggi di ogni branca di una scienza antropologica perfetta – (quasi una religione abortita) – altrimenti nota come pornografia. Ebbene, quell’enciclopedia a luci rosse liberamente consultabile con riserbo e nell’anonimato assoluto, attirò frotte di lepidotteri fotosensibili alle più caleidoscopiche peripezie sessuali. Vox populi insinuava persino – (ma io non ebbi la prontezza per verificare la veridicità di tali voci) – che nel menù proibito del signor Amado ci fosse un Dvd v.m.18 di bare-foot bondage.
E stiamo parlando di tempi arcani e remoti, di giorni bui, disconnessi. Di quando il vocabolo Internet era confinato nei laboratori carsici della Nasa, protetto dal Segreto Militare. Un periodo in cui noi onanisti neanche potevamo lontanamente immaginare che un giorno saremmo sbarcati su una nuova Terra promessa - (che sia osannata ora e nei secoli e nei secoli) – chiamata Wordwideweb. Ecco perché la videoteca del signor Amado divenne l’approdo di noi naufraghi dell’Istituto Salesiani “Don Bosco”. Un’isola di gioie proibite (a tutt’oggi mai soppresse).
Se Dio fosse un Disco Video Digitale allora il signor Amado sarebbe stato di sicuro il suo Profeta. Ecco perché una mattina solcai l’uscio del negozio in via Sud Piazza d’Armi e mi genuflessi psicologicamente al suo cospetto – (senza opporre resistenza alcuna) – come oberato dal suo macho carisma. Lui svettava integerrimo dietro al bancone. Una roccia di calcare – (tipo la Cosa dei Fantastici Quattro, ma dritta come costretta da un busto per la scoliosi). Calvo, arcata mascellare prominente anche se asimmetrica, scaglie di Antartide occluse tra le orbite, labbra serrate ma carnose. Profilo fascistissimo e vagamente inquietante. Eppure, dai suoi occhi imbavaglianti trasudava un alone di armistizio cosmico. Per il signor Amado, la guerra del Modello 730 era vinta da tempo e la sua dichiarazione dei redditi non tollerava nè prigionieri né debiti. Ecco perché se ne stava estatico, con la sua camicetta di lino bianco sbracciata, rigorosamente intombata nei pantaloni di velluto blu a croste. Avendo 19 anni, insicuro e sporco e sciatto com’ero temevo che il signor Amado mi avrebbe squadrato dall’alto in basso con professionale sospetto. E invece no. Lui mi contemplava con esoterico distacco quasi fosse un bonzo alle soglie del Nirvana e non appena invasi il suo cono ottico disse: “Buon giorno”.
“Salve”, faxai unticcio, slabbrato, con addosso l’immancabile felpa dei Marylin Manson e le astronavi di forfora all’arrembaggio sulle ciocche di capelli che dopo giorni di astinenza dallo Shampoo Baby Johnson stavano assumendo la consistenza di truci dred-locks.
“Posso esserle utile?”
“Ehm, si. Vorrei abbonarmi”.
“Bene, lasci che le spieghi quali sono le nostre regole”.
(Con lo ionosferico distacco di un’aurora boreale striata da cirrocumoli carichi di alterigia, il signor Amado mi elencò per sommi capi le clausole di quel piccolo contratto che avrei dovuto firmare per iscrivermi al suo gettonatissimo club privè dell’intrattenimento intramoenia)
“Si possono affittare massimo due dvd alla volta e si paga mille e cinquecento lire a prelievo. Le prime 24 ore sono gratis, dopodiché si somma una mille lire in più, sempre all’atto della consegna, per ogni giorno che passa. Quindi, putacaso lei dovesse trattenere il suo dvd per più di quattro giorni feriali, calcolatrice alla mano, le verrebbe a costare quattromila e cinquecento in totale? Mi segue?”
(certo che si, meccanizzai con il capo)
“E non finisce certo qui. Le faccio un esempio: lei decide di trattenere il film scelto oltre i tre giorni. Ebbene, in questo caso, la avverto subito che all’atto della consegna lei dovrà pagare duemila lire di mora in più per ogni giorno che passa. Infine, dopo due settimane di mancata restituzione del prodotto in questione, scatta la massima penalizzazione pecunaria: il pagamento dell’intero prezzo di mercato del dvd originale in questione. Ci siamo intesi?”
Ebbi come la percezione che il signor Amado mi stesse ipnotizzando. Un’idea bislacca, eppure non riuscivo a fare altro che accennare timidi segnali di comprensione piegando con brevi scatti la testa in avanti. Si, si, si e si senza però aver memorizzato un’acca.
“Tutto chiaro?”, sottolineò in grassetto.
“Ehm, si”
“Lo spero per lei. E ora mi dia la carta d’identità”
“Come?”
“La carta di identità”
“Ah, mi scusi, eccola”
Mi sentivo un’oliva disossata, un tafano invischiato nella carta moschicida, impacciato da fare pena ad un clown. Lui era oltre, nello spleen del suo aplomb, e ticchettava la tastierina del Pc (un Pentium a 66 MHz collegato ad uno schermo da 17”) per trascrivere i miei dati anagrafici. Infine, quando la mia schedatura di rito fu ultimata, il signor Amado sguainò il suo sguardo laser e aggiunse (per nulla ammiccante):
“Attiviamo la sezione adulti o lasciamo il blocco famiglia?”
“Ehm, ah, beh, è indifferente”, ruminai.
“Ho capito. La attiviamo subito”.
Quello fu il mio primo e ultimo dialogo con il signor Amado che perforò la cortina di ferro del minuto e tre quarti (di certo, l’ultimo non per mia volontà).
Il pusher automatico del signor Amado divenne la Ka’ba di noi adepti al sacro culto di Onan. Presto, tutti i carbonari dell’erotismo si condensarono nei pressi di quella slot machine del desiderio. Eravamo in tanti, decine, centinaia, e di ora in ora la nostra tribù suburbana, con i suoi totem, i suoi tabù, si espandeva a vista d’occhio. Raramente si socializzava: d’altronde, la diffidenza regnava reciproca. Ritrovarsi nel cuore della notte alla mercè dell’unico dispensatore di dvd hardcore della città, in fila come tossici davanti al Sert, era piuttosto imbarazzante. Il rischio di incontrare un condomino, o magari un parente di primo grado, era altissimo, tanto alto da far venire le vertigini, ecco perché si attendeva il proprio turno taciturni e basculanti, fumando una sigaretta dopo l’altra, con gli occhi affossati sul marciapiede. Si aveva tutti una Gran fretta Primordiale, quasi un’angoscia di castrazione, una frenesia subacquea forse connessa all’impazienza che preclude l’Orgasmo. Divenni uno stakanovista di quella grande fabbrica a ciclo continuo di masturbazioni in differita e conobbi così la saga di Concetta Licata, magistralmente diretta da un regista sopraffino del calibro di Mario Salieri. Apprezzai da subito le doti equine di Selen, la cavalcata berbera di Dalila, la galoppante voracità della Cindarella di Orelans altrimenti nota come Ovidie. Apprezzavo determinati film porno chic, raffinati al punto giusto, che preservavano comunque dalla foga degli amplessi un minimo di trama.
Poi, inesorabilmente, la scuola italiana a cui ero tanto devoto venne soppiantata dal minimalismo cibernetico dell’industria americana. Subentrarono nuovi tipi di bellezza femminile, per cui attrici xxx come l’indimenticabile Karen Lancume vennero rimpiazzate da bamboline siliconate tipo Jenna Jameson, Jill Kelly, Nikki Benz. Qualche pasdaran della bellezza mitteleuropea, ad esempio Silvia Saint o Anita Blond (per non parlare di Anita Dark) resisteva ancora lottando nell’arena del mainstream eterosessuale contro le tette bioniche di ex cheerleader dalla gola profonda. Ma fu una guerra impari. Accadde in quegli anni di repentini cambiamenti che l’italica tracotanza di Rocco Siffredi venne soppiantata dalla schwarzeneggeriana magnificenza di Peter North. Addio Concetta Licata, addio Selen.
Eppure, mutatis mutandis, il risultato era sempre lo stesso. Play, rewind, pause, play. Qualche volta durava di più, altre di meno: e poi, indesiderata, riaffiorava la depressione.
Trapanavo così, nell’inedia di una città errata, la mia sedicente maggiore età. Fumavo hashish con la banda di via Gemito, eternamente periferico su di una panchina tra i salici piangenti. I clacson delle decapottabili in doppia fila reclamavano i miagolii di stupore delle teenager mannare sui tacchi a spillo. Con ciclicità lunare, scoppiettava una rissa fuori al Tahiti, un cocktail bar low cost dove ci rifornivamo di Corona e limone, Tennent’s Super o Heineken 66 cl. Per sopprimere la fame chimica ed esorcizzare l’ologramma del fantasma di Ugo Prosci 2, si emigrava tutti verso il Green Garden, e ci scappava sempre una brioche gelato con panna montata. Io, oltre alla pantomima del discente liceale presso l’Istituto Don Bosco, il sabato sera (e in replica la domenica) vestivo i panni del cameriere sottopagato e sottomesso in una trattoria a Casertavecchia. Nel tempo libero (ed era tanto, forse troppo), come anticipato, studiavo. Sveglia alle sette e trenta del mattino: caffè, sigaretta, diarrea.
I libri aperti sul tavolo, la data del compito in classe dell’ultimo trimestre che ti pedina (anche la notte quando ti svegli per urinare), dieci pagine lette di malavoglia e poi, ti ritrovi stravaccato sulla poltrona nel salotto di casa, seminudo, con il telecomando del lettore dvd in una mano, a ripassare un capitolo a piacere della splendida saga di Concetta Licata.
2)
E fin qui tutto bene. Ma poi qualche meccanismo interiore s’inceppò. Mi resi latitante dagli assilli quotidiani. Sabotai i libri di greco ed iniziai a fumare cannabis nel salone per poi trastullarmi di pornografia in tutte le salse. Mentre visionavo un lesbian immaginavo un gonzo, mentre bramavo un sado maso (all’epoca dei fatti merce rara, persino dal signor Amado, e forse proprio questo spasmodicamente desiderata) mi tuffavo a capofitto in un gang bang.
Un giorno, proprio nell’istante in cui mi si ruppero le acque, il signor Amado chiamò a casa.
Mi rizzai su dal divano, re-infibulai la patta e corsi a piedi nudi verso il telefono:
“Pronto”, ansimai titubante.
“Casa Schiavone?”, intimò una voce metallica.
“Si”
“Salve. Cerco Francesco Schiavone”
“Sono io”
“Salve, Schiavone, sono il signor Amado. La chiamo per ricordarle che lei trattiene da oltre una settimana un nostro dvd, s’intitola “Il ritorno di Concetta Licata”, se non vado errato”
“Ehhhhm, si…”
“Ecco, volevo solo sollecitare la riconsegna”
“Va bene, glielo riporto quanto prima”.
“Perfetto. Meglio ancora se subito. Diciamo oggi stesso. E ora la saluto”.
Dissotterrai stracco la cornetta e mi stravaccai esangue sulla poltrona. Il telecomando. Play. Selen. Ricominciai così a smanettare fino a quando un fiotto bianco resettò via dalla mia memoria corta il troyan egotico del signor Amado.
Si affastellarono lenti e identici circa tre mesi, e io iniettai nel distributore H24 almeno duecentocinquantamila lire (all’epoca ne guadagnavo venticinque per ogni serata da ilota in trattoria). Quell’aggeggio era demoniaco, una macchina infernale azionata da Lilit in persona.
Con l’intercedere delle settimane il distributore si evolveva. Prima divenne più rapido e luminoso. Poi, al di là delle monete iniziò a risucchiare anche banconote di carta, Caravaggi compresi.
Apparvero persino le promozioni: se ricaricavi la tua scheda di ventimila lire ne ricevevi altre cinque in omaggio, se di cinquanta allora il bonus saliva a dieci. Insomma, il signor Amado solleticava sempre la curiosità erogena di noi erotomani.
Eravamo di sicuro i suoi prediletti, i suoi adorati gatti della notte a quattordici code. Lui innaffiava le nostre tentazioni con il bukkake e noi degeneravamo di giorno in giorno nell’abisso delle perversioni visive. Fu quando affittai un film di transessuali ed ermafroditi cubani (smarrendone presto la custodia) che raggiunsi l’over the top del non ritorno
Fu allora che il signor Amado telefonò di nuovo.
“Signor Schiavone, vero?”. La paura frammista alle vertigini era solo uno dei tanti effetti collaterali che mi procurava il timbro luterano della sua voce.
“Si, sono io”
“Questa non è la prima volta che la chiamo, se non erro. Ed io difficilmente mi sbaglio. Signor Schiavone, consultando casualmente il mio database ho scoperto che lei ha contratto un debito di trentacinquemila lire. Non crede di esagerare, signor Schiavone?”
“Uhm, non saprei”
“Glielo dico io: sta esagerando”
“Sono mortificato, signor Amado”
“Questi sono affari suoi. A me interessa solo che lei restituisca entro le prossime 24 ore il dvd?”
“…”
“Vuole che le dica anche il titolo, del nostro dvd?”
“No, non è necessario”
“Infatti”
“…”
“E mi raccomando: non provi neppure ad utilizzare il distributore automatico, tanto ho disattivato la sua scheda. Fino alle otto di sera noi siamo sempre aperti. Ci siamo intesi?”
“Certo, signor Amado”
“Arrivderci”
“Salve, signor Amado”
Dopo venti minuti circa di incubi traslati da brutti trip neuro-psichici, mi telecomandai verso via Sud Piazza D’Armi. Mentre camminavo ciondolante mi straziò una pioggia di meteoriti senza risposta: perché mai il signor Amado mi aveva intimato di consegnare di persona il film di viados cubane? Forse voleva dirmi qualcosa? E se sì, cosa? Che non potevo tenermi i dvd per tutto quel tempo? Che dovevo pagare di più? Che avrebbe chiamato la finanza? O la Buon Costume? O il preside dell’Istituto Salesiano Don Bosco? Entrai nel negozio e lui era lì. Bronzeo, categorico, intellegibile. Un Dom(inatore) neoclassico, dal profilo simile ad una statua, di quelle che si vendono sotto al cavalcavia di San Marco Evangelista, all’altezza del Grand Hotel Vanvitelli, tra i gessi di Padre Pio e della Madonna dei Sette Veli.
Io, infinitesimale, arrancai a testa bassa verso il bancone. Accennai un saluto, non issai giammai gli occhi da terra e sganciai il dvd senza custodia.
“Allora”, fece lui in tutta calma scardinando gli occhi azzurri dallo schermo del monitor.
“Sono 35mila lire in tutto”.
Trentacinquemila lire, rimestai ammutolito sillaba dopo sillaba (quando ne guadagnavo venticinque ogni dannato sabato ed ogni maledetta domenica, reinventandomi sguattero in una stamberga a Casertavecchia). Bestemmiai Selen ed il giorno in cui Mario Salieri impugnò la sua prima otto millimetri. Poi appoggiai cauto la refurtiva sul bancone. Dopodiché lui mi ghigliottinò:
“E la custodia?”
“Mi scusi, signor Amado. Le assicuro che ho cercato ovunque”
“Ciò significa che non l’ha trovata?”
“Purtroppo no”
“Nessun problema”
“…”
“Quand’è così dovrà pagare mille lire in più”
Che sommato alle precedenti fanno trentasei.
“Ecco a lei”
“Perfetto. Un’ultima cosa. Posso chiederle una cortesia?”
Deglutii a fatica e il pomo di Adamo s’ingolfò. Ecco, ci siamo, mi dissi: il redde rationam. Un ultimo sospiro prima dell’Armageddon.
“Da domani vada pure in qualche altra videoteca ad affittare i dvd, se non le dispiace”
Restai basito, struccato. E sotto di me si schiuse la botola vaginale di un girone dantesco. Lingue di fuoco leccarono i miei piedi. E mentre sprofondavo, mi accorsi che non esistevano scale antincendio per fuggire via dalla Vergogna.
“Va bene”
“Perfetto”
“Allora arrivederci”
“Un attimo. Mi ridia la scheda”
“Come?”
“La scheda del distributore”
“Ah, si, ecco a lei”
“Bene, arrivederci”
“…”
E fu così che dissi addio al signor Amado. Arrivò l’ultimo decennio del 1900 e le profezie di Nostradamus si rivelarono infondate, anche se poi, effettivamente, cadde il muro di Berlino. Io continuai a lavorare come cameriere a nero, fino a quando venni precettato per il militare. Sbobbinando la naia, mi divincolai dal culto di Onan e smisi pure di fumare canne. I dischi video compatti si ammuffirono. E scoprendo le gioie meccaniche del sesso in prima persona plurale, mi disintossicai gradualmente dalla pornografia.
Ma un giorno, trillò il telefono. Era un tecnico della Telecom e mi annunciò che nel giro di quarantotto ore sarebbe venuto a casa per innestare una scatoletta con le lucine rosse intermittenti, che seppi poi chiamarsi modem. La prima volta che tentai di connettermi all’ignoto, quell’aggeggio emise un tintinnio elettronico che poi si scisse in un fruscio deflagrante: si aprì allora una finestra, e si affacciò nella mia vita il meraviglioso mondo del Wordwideweb. Fu un Abracadabra. Dopo due interminabili ore di navigazione fraudolenta scrissi sulla barra di ricerche del browser: Concetta Licata. Disattivai il blocco famiglia e apparvero sul monitor foto sfocate di Selen, Dalila, Ovidie. Salvai ossessivamente il tutto in un labirinto di cartelle che si compenetravano sul desktop fino a quando ebbi come un ictus erotico e ticchettai due parole che mi avevano sempre ossessionato: sesso sadomaso.
Cliccai sul primo sito spiattellatomi dal motore di ricerca. Si aprì una pagina con al centro un marcantonio villoso, vestito con un body di latex nero. L’uomo nerboruto accarezzava con un Bull whip in ecopelle le guancia rigate da lacrime di terrore e giubilio di un misterioso Slave incatenato e imbavagliato. Riconobbi subito quegli occhi di ghiaccio sfuso e la mascella prominente con una leggera asimmetria. Mi eccitai a tal punto che iniziai a sudare freddo. Tramortito, con un certo affanno, cliccai il tasto destro del mouse e scelsi l’opzione salva l’oggetto con nome. Infine scrissi: Signor Amado.
