Sentirsi a casa all’estero

I giovani italiani non sono tutti mum-addicts, attaccati parassitariamente all’ombelico e al conto in banca di famiglia. Moltissimi si lanciano oltre le Alpi per non lasciarsi invecchiare qui. Scappano da un’Italia che li ignora, li emargina e li disprezza. Ma cosa cercano all’estero? Possibilità lavorative, università competitive e un clima culturale profondamente diverso.

 

La biblioteca dell'Università di Filologia a Berlino
La biblioteca dell'Università di Filologia a Berlino

di Maksim Cristan

In uno dei suoi spettacoli, il comico Beppe Grillo diceva: “Mio figlio Ciro, dopo aver visto un documentario sullo stato del pianeta, viene e incazzato mi fa: cosa ci avete fatto? Si riferiva al futuro che lasciamo ai nostri figli”.

Katia Brollo è una di questi ragazzi con un futuro privo di certezze. Ma lei lo ha capito molto presto e non ha perso tempo. Ha 22 anni, è nata e cresciuta a Osoppo, in provincia di Udine, e studia sociologia in Spagna, all’università di Salamanca. Al momento vive a Berlino grazie a una borsa di studio Erasmus. “Sto seguendo dei corsi all’università Humboldt, su immigrazione, cittadinanza, razzismo ed etnicità”, racconta Katia. “Quest’anno preparerò anche la tesi di laurea facendo un lavoro sull’immigrazione, qui a Berlino”.

Katia ha cominciato a pensare di andarsene dall’Italia già all’ultimo anno delle superiori. Dopo il diploma di perito commerciale, racconta, “ho fatto uno stage all’ufficio relazioni internazionali dell’università di Alcalá de Henares, vicino a Madrid. Conoscevo l’ambiente universitario di Padova, Trieste e Udine, e ho cominciato a confrontare le diverse realtà”.

Da giovanissima osservava con occhio critico l’ambiente che aveva intorno e sapeva che non sarebbe rimasta a lungo in una regione dove etnocentrismo e ignoranza vanno a braccetto con il benessere economico. “Sono figlia di ex emigranti, semplici impiegati, e sapevo che, per quanto avessi studiato, senza le conoscenze giuste non sarei mai arrivata a realizzarmi dal punto di vista professionale”. Leggi il resto di questo articolo »


Intervista a Daniele Luttazzi

Dal cartaceo numero 3 di lapsus.
Oggetto di editti, censure, dispacci, scomuniche, anatemi ed invettive, Luttazzi fa qui un quadro lucido della situazione del nostro paese, delle sue contraddizioni, dei suoi cancri maligni e benigni.

luttazzi-bnCaro Daniele, in primo luogo, come stai?
Benissimo, grazie. E voi? Spero tutto ok.

Sono ormai più di due anni che manchi dalla televisione. Nonostante il tuo successo a teatro, immaginiamo una certa amarezza per l’esclusione da un circuito con potenzialità e diffusione molto maggiori. A parte le potenzialità di diffusione implicite al mezzo, quali altri vantaggi a livello artistico permette la comunicazione televisiva?
Non sono affatto amareggiato. Forse vi sfugge, ma in Italia c’è una lotta in corso fra chi crede in una democrazia (siamo in pochi, ma ossi duri) e chi ama la cultura dell’accordo sottobanco (così fan tutti gli altri, a quanto pare), che è tutto fuorché democrazia. So cosa sto facendo e certe conseguenze sono nell’ordine delle cose. Se gli italiani non fossero così diffusamente corrotti, ai vari livelli, le censure televisive non potrebbero accadere perché verrebbero vissute come un’ingiustizia verso se stessi, verso il proprio diritto di essere informati. In Inghilterra o in Francia, un direttore di Tg come Minzolini verrebbe cacciato su due piedi e non potrebbe più farsi vedere in giro dalla vergogna.
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Avatar: la natura dei pixel è antiecologista

di Francesco Longo

Sui messaggi contenuti nel film Avatar di James Cameron si è molto discusso, e uno dei temi trattati è chiarissimo, molto meno lo è però la scelta operata per trasmetterlo. Avatar è stato letto da molteplici punti di vista, non sono mancate le interpretazioni politiche e geo-politiche, ideologiche, religiose, culturali. È stato detto, riassumendo tutte le possibili letture, che questo film è: antimilitarista, che critichi la tecnologia e le armi, e che inchiodi il modo di conquistare le risorse senza responsabilità. Non è così scontato intendere questa pellicola come un concentrato di anti-americanismo o di critica radicale all’Occidente (come anche è stato proposto), ma un tema è insomma certamente cristallino: la denuncia della distruzione della Natura. Pandora, infatti, il pianeta abitato dagli innocenti indigeni azzurri, sembra una sorta di Foresta Amazzonica minacciata dagli umani e dalle loro macchine devastatrici. Le possibili allegorie che si attivano nel film generano molti sensi e numerosi piani di lettura, è indubbio, però, che tra tutti questi sensi spicchi un richiamo alla difesa della Natura e che Avatar sia cioè un film dichiaratamente ecologista. James Cameron tuttavia crede possibile comunicare il valore di un ambientalismo panteista col più mastodontico sfoggio di tecnologia che si sia mai visto al cinema. La natura e l’ambiente incontaminato raccontati nel film sono infatti frutto di una sofisticatissima realizzazione informatica. Il Grande Elogio della Natura Incontaminata viene comunicato nel momento stesso in cui si stanno mostrando i Vertiginosi Miracoli della Tecnologia e del Progresso Informatico. Il valore della Natura, nel film, coincide col sogno delle possibilità virtuali, e tanto più ci piace e ci seduce questa Natura, quanto dobbiamo ammettere – con euforia – che questa è un enorme Eden artificiale. L’incanto è dato dai pixel, non dagli alberi. Pandora infatti, che vorrebbe forse essere l’emblema di una terra vergine, è in realtà il santuario della grafica computerizzata e il più raffinato dei mondi sintetici. Un videogame divino.
I messaggi non vivono nelle bottiglie. Vengono trasmessi attraverso gli strumenti che si scelgono per esprimerli. Cameron non la pensa così. Crede che le idee possano essere trasmesse in qualsiasi modo. Voglio fare un elogio della natura? Lo posso fare anche attraverso i più potenti mezzi della tecnologia (senza mai inquadrare un albero vero, un tramonto, un insetto). Il linguaggio però non funziona così e soprattutto non funziona così il modo in cui il nostro cervello apprende. Il cervello apprende secondo dei meccanismi che non coincidono con i messaggi che gli vengono lanciati. Chi studia il linguaggio della politica lo sa bene. Il libro culto Non pensare all’elefante! (di Geroge Lakoff) lo diceva chiaramente: il nostro cervello non fa ciò che gli dicono i messaggi (tanto che l’esercizio di non pensare ad un elefante è un esercizio impossibile). Leggi il resto di questo articolo »


Pose d’ascolto

di Marco Lenzi

L’amico Marco Zocchi mi ha mandato ieri via mail questa foto di qualche annetto fa della quale non avevo memoria e nella quale sembro assorto in una qualche lettura. “No, stavi ascoltando musica, me lo ricordo benissimo”, ha precisato l’amico Zocchi. Sono posture straordinariamente simili, quella della lettura e quella dell’ascolto. Ma mentre ci è facile immaginare posture per la lettura e più in generale per l’osservazione, ci è un po’ più difficile capire quale sia la postura ‘giusta’ per l’ascolto, nella quale lo sguardo deve necessariamente perdersi nel vuoto o addirittura annullarsi. Concentrarsi nell’ascolto sembrerebbe dunque significare ‘scendere in sé stessi’, come già suggeriva Boezio, circa millecinquecento anni fa, a proposito della cosiddetta musica humana.

Credo sia molto interessante porsi la questione di quello che succede durante l’ascolto, la questione del ‘cosa si ascolta quando si ascolta’. Com’è noto, Hanslick, nel suo fondamentale saggio sul bello musicale, aveva richiamato l’attenzione dei suoi lettori sul fatto che fino ad allora l’estetica musicale era stata considerata unicamente a parte subiecti. Era dunque necessario, secondo il grande musicologo boemo, abbandonare una simile prospettiva ermeneutica, interessata ad indagare soltanto i sentimenti suscitati dalla musica nell’ascoltatore, in vista e a favore di un tipo di ascolto per così dire ‘oggettivo’, tutto volto cioè a cogliere le caratteristiche strutturali e formali di un brano di musica, il cui contenuto non consisterebbe in nient’altro che nelle reciproche relazioni intervallari tra i suoni ed essendo quindi i sentimenti e le emozioni qualcosa di soggettivo, se non proprio di arbitrario, che vi aggiungiamo noi. Leggi il resto di questo articolo »


Soul Kitchen: te lo do io il meltin’ pot!

soul_kitchendi Marco Longo

Il tedesco e pluripremiato Fatih Akin (classe 1973, origini turche assolutamente da non dimenticare) torna alla pura commedia dopo undici anni dal suo lungometraggio d’esordio Kurz Und Schmerzlos, Pardo di bronzo a Locarno ’98. La ricetta di Soul Kitchen funziona bene, anzi: benissimo. Non solo perché dietro alle immagini c’è una solida coreografia culinaria (il titolo parla chiaro), di quelle che rendono un film aprioristicamente affascinante; ma perché è il suo autore a donarsi al pubblico in prima persona, gettando in pentola parte delle sue stesse avventure giovanili, un umanesimo cialtrone e picaresco che a tavolino non te lo puoi mica inventare, una cultura musicale talmente puntuale e avvolgente da volersi appuntare gli interi titoli di coda, e – dulcis in fundo – la città natale, Amburgo, quale teatro di irriverenti peripezie.

Così la vicenda del giovane Zinos, origini greche e un bizzarro ristorante che crudeli speculazioni edilizie e ufficio tasse vorrebbero distrutto, si sviluppa tra fidanzamenti impossibili, incontri rocamboleschi con figure letteralmente fuori di testa, un’ernia del disco curata con metodi poco ortodossi e, manco a dirlo, il gravoso dilemma del futuro. Tutto un pretesto, forse, per lasciare lo spazio a una narrazione corale, dove a ciascun personaggio, oltre che il compito di farci ridere come dei coglioni, sono affidati messaggi graditi e preziosi, per non dire indispensabili: coltiva il tuo sogno, resta fedele a chi ti vuole bene, ritrova la dignità perduta, e soprattutto non prenderti troppo sul serio: o finirai per trasformarti in uno stronzo. Leggi il resto di questo articolo »


Gli innamorati che piangono il loro Eric Rohmer

tn_imagen_t2_587c di Marco Longo

Con la morte di Eric Rohmer (Tulle, 4 aprile1920 – Parigi, 11 gennaio 2010) non viene a mancare soltanto il cantore più garbato e intimista del cinema francese dello scorso secolo – il più coerente a quella politica degli autori presto calpestata da anni di poetiche ingenuotte e prevalentemente ombelicali: con la morte di Rohmer si perde – si consegna alla Storia in via definitiva – una maniera di immaginare e costruire l’oggetto filmico che difficilmente tornerà a rivivere sul grande schermo. Lontano da riflettori e interviste, scrittore negli anni giovanili e critico per tutta una vita, Rohmer è stato in grado, unico fra pochissimi, di orientare il cinema anzitutto in direzione dell’esistenza, offrendo allo spettatore una serie di quadri di vita mirabilmente intessuti di azioni, battute, attitudini umane. Tutte all’insegna del privato, dell’ironia, della quotidianità, ma non del realismo: Rohmer sembra essere più interessato alle sfaccettature magiche e alchemiche della realtà, nel tentativo imperfetto di violare un cifrario interiore tuttora irrisolto, che rende (tutte) le sue storie molto simili a un rito iniziatico. Sono pagine di diario, i suoi film: capitoli di uno stesso saggio antropologico; non è difficile dunque capire perché Rohmer sia stato anche il precursore del concetto di ciclo filmico, organizzato secondo un ben preciso tema. Leggi il resto di questo articolo »


Avatar, roba vecchia e senza emozioni.

avatar-filmdi Natalia Aspesi

Malgrado anche i critici l’ abbiano coraggiosamente giudicato un capolavoro, le masse preposte agli incassi oceanici non si sono spaventate e hanno fatto il loro dovere: così anche in Italia, il primo giorno di programmazione, “Avatar” ha fatto 2 milioni e 100 mila euro di incassi. EHA superato quelli già stratosferici del Verdone di “Io, loro e Lara“, pure questo impallinato come meraviglia da chi un tempo, se il film non era una tragedia curda o una graphic novel filippina, neanche lo considerava. Certo il film di Cameron lo stanno dando da noi in 925 sale di cui 416 velocemente attrezzate per far venire la nausea con gli occhiali verdi e rossi del 3D (con risultati pessimi su chi già porta occhiali da vista). Per cui anche nolentio solo dubbiosi, lì si deve finire. Del resto negli Stati Uniti dove è ancora nei cinema, è al secondo posto negli incassi 2009 (dopo “Transformers: la vendetta del caduto”, 402.111.870 dollari) , con 42.114.898 dollari. Leggi il resto di questo articolo »


Che ne sarà della Privacy?

di Bruce Schneider

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Negli ultimi 20 anni si è verificato un cambiamento epocale nella lotta per la privacy personale.

La pervasività dell’informatica è sfociata in una sorveglianza quasi continua di ognuno di noi, con profonde conseguenze per la nostra società e le nostre libertà. Una nuova miniera di dati, frutto della sorveglianza, viene utilizzata sia dalle aziende private, che dalle autorità di polizia. Per questo è’ necessario che noi, come cittadini, ne comprendiamo l’evoluzione tecnologica e ne discutiamo le implicazioni: se ignoriamo il problema e lo lasciamo al “mercato”, scopriremo presto che della nostra privacy sarà rimasto ben poco.

Molte persone pensano alla sorveglianza in termini di operazioni di polizia. Seguire quella macchina, sorvegliare quella persona, ascoltare le sue telefonate. Questo genere di sorveglianza esiste ancora, ma la sorveglianza del giorno d’oggi è più simile quella che la NSA ha di recente attivato contro i cittadini americani: l’intercettazione di ogni telefonata, alla ricerca di determinate parole chiave. E’ ancora sorveglianza, ma stavolta all’ingrosso. Leggi il resto di questo articolo »


Cine qua “oui”: rassegna cinematografichissima a Genova

 

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Rassegna cinematografica

 

Ogni film sarà preceduto da un cartone animato e un cinegiornale d’epoca


Lunedì 18 gennaio 2010 – ore 16.00 e 21.00


PERSIANE CHIUSE – Italia 1951, di Luigi Comencini con Eleonora Rossi Drago, Massimo Girotti, Giulietta Masina,
Cesarina Gheraldi – 95 minuti
Copia restaurata dalla Scuola di Cinema – Cineteca Nazionale di Roma

Sandra (E. Rossi Drago) ricerca la sorella (L. Longo Gerace), cacciata di casa per una relazione illecita e finita in una casa di tolleranza, asservita al bieco Primavera (R. Baldini). Il primo film italiano sul mondo della prostituzione postbellica al quale il regista tornerà nel ‘52 con “La tratta delle bianche”. Scritto da M. Mida e G. Puccini (che ne iniziò le riprese, ma si ammalò) con i giovani F. Solinas e S. Sòllima, mescola, non senza stridori, cadenze di un melodramma alla Matarazzo e ambizioni di inchiesta sociale. Il film è stato girato quasi interamente a Genova.

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E La Repubblica di “Ezio Martin Sheen” divenne un Mostro senza futuro

Appello per tutti i lettori ormai apolidi

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“Gli editoriali di Ezio Mauro (sosia non riconosciuto di Martin Sheen) sono curati con la stessa ridicola dedizione con cui si potano i bonsai e sono così asettici che riescono ad innervosirci in sole cinque righe…”

di Luigi Pesce

Confessiamo di essere stati affezionati a Repubblica, di averla considerata come un oggetto familiare, domestico e irrinunciabile. Fin da quando abbiamo memoria, La Repubblica, coi suoi 40 cm di spessore e il suo mezzo chilo di peso netto, è stata il pane quotidiano su cui aguzzare i nostri occhi giovani e affamati di realtà e delle sue interpretazioni.

Ma c’era di più. C’era un orgoglio di appartenenza che ci univa tutti in una specie di comunità ideologica e non organizzata convinta che un’altra Italia fosse possibile.

In questi anni abbiamo assimilato e digerito gli editoriali domenicali del dotto Scalfari (per brevitas, il Fondatore) che, da buon cardinale del laicismo, si ostina a tutti i costi nell’educare gli italiani su cosa sia una democrazia compiuta. Quasi si costruisse, questa democrazia, nell’austerità e nel rigore del suo studio romano, davanti ai suoi portafoto d’argento e i suoi enormi specchi. Abbiamo letto con ammirazione gli affondi politici pieni di numeri, citazioni e date di Curzio Maltese, e persino con distratta benevolenza le educate, mosce e borghesissime parole di Giannini. Abbiamo condiviso le serie campagne di inchiesta sui problemi di questo Paese e per anni abbiamo letto l’Amaca di Michele Serra e ne abbiamo riso (di quel riso che, citando Paolo Conte, lascia con quella faccia un po’ così).

Ma, al giorno d’oggi, La Repubblica è un giornale diverso: sono cambiati i suoi lettori e non ci riconosciamo più tra loro. O, forse, siamo cambiati noi e non ce ne siamo neppure accorti. Fatto sta che da otto/nove mesi ci sentiamo orfani e non proviamo alcun entusiasmo nel comprare meccanicamente il nostro giornale preferito. Anzi, diremo che non solo ormai lo leggiamo svogliatamente, ma avvertiamo anche una certa punta di fastidio. Ci sembra che non ci sia più quell’adorabile dinamismo polemico e scattante di un tempo e che le campagne etiche e politiche siano così ridotte sul piano ideologico da appiattire qualsiasi interesse. Si punta il dito, con acidità e senza ironia, sui vizietti della fauna politica, sul gossip più triviale, sui difetti fisici (se solo potessimo avere un centesimo per ciascun articolo che abbiamo letto in cui si fa cenno alle scarpe rialzate di Berlusconi). Ci sembra insomma che La Repubblica si sia brizzolata, sia ingrassata, si sia imbolsita. Leggi il resto di questo articolo »