Landscape(s)

Landscape

di Riccardo Bonini

Una nostalgica poetica crepuscolare, un’elevazione della piccola cosa (di pessimo gusto?) a contraltare di una maestosità vacua e puramente ornamentale. L’indagine di Luca Piovaccari (artista di Cesena con alle spalle, nonostante la giovane età, già diverse esperienze internazionali) è la ri-elaborazione di un lutto in continuo divenire, perché si nutre (come lui stesso sostiene) della ‘parte dietro’. Non volendo banalizzare la riflessione riducendola al mero binomio facciata / sostanza, sarà utile ricordare che in questo caso con ‘ciò che sta dietro’ si intende ‘ciò che era prima’, una sostanza preesistente, accantonata in funzione di un’esigenza frenetica, programmatrice. Qualunque traccia dell’individualità dell’intervento umano, la singola presenza di oggetti che costituiscono un patrimonio comune di tante aree abbandonate alla loro solitudine opposta al massificante “lavoro” di accumulo e aggregazione, la cementificazione progressiva e inarrestabile alla quale vengono sottoposte (quasi un bisogno umano ‘fisiologico’ di dare tangibile verificabilità alla presenza di massa) viene vissuta attraverso le opere fotografiche di Piovaccari come un ricordo sempre più sbiadito, calato in realtà che diventano subito nostalgie.

I suoi acetati in bianco & nero sprigionano già al primo colpo d’occhio la sensazione che ciò che rappresentano sia effettivamente istantaneo, volatile, e in questo senso la materiale scomposizione della fotografia (aggregata in una serie di stampe divise) accentua il senso di perdita. La testimonianza di un artista fortemente intellettuale come Luca Piovaccari diventa in questo percorso un atto di archeologia umanitaria fondamentale, un recupero estremo del valore del fare per conservare, seppure solamente nella memoria. La forza effimera della rappresentazione si manifesta con grande intensità attraverso un espediente scenografico, quasi teatrale come quello delle installazioni architettoniche a parete, realizzate con chiodi e filo di lana. Leggi il resto di questo articolo »


Premio letterario “Provincia Cronica” 2010

provincia cronica 2010

Premio Provincia Cronica 2010

Lapsus invita gli scrittori che ci leggono a partecipare al premio Provincia Cronica 2010 organizzato da AsapFanzine (http://www.asapfanzine.it) e dall’Associazione culturale Balla coi cinghiali (http://www.ballacoicinghiali.it).

Sul sito di AsapFanzine troverete il bando di concorso e tutte le relative informazioni


Betty Boop

Lunedì 8 marzo

Cinema America


BETTY BOOP

di Max e Dave Fleisher

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ore 22.30

 

Via Colombo 11 – Genova – Tel. 010 5959146


Il piccolo principe, la mezza-marocchina e il culo della Lo: cronaca di un Festival

festival

di Paolo Becchi (e Lapsus)

E diciamolo subito, non è stato un gran Festival”. Il professor Becchi è il primo a commentare a caldo la chiusura sanremese: ore 00.44, nel salotto di casa sua, dove in mezzo agli infiniti libri e al caffè brasiliano (che lì, all’ultimo piano del palazzo a due passi dall’Università, dà quel tocco di esotismo “un po’ così”, alla genovese) ci siamo riuniti per il Festival, il gran varietà della canzone italiana. A noi normanni, in casa Becchi si serve calvados. Il Valpolceverino Becchi, barba e camicia bianca, legge un vecchio volume di poesie shakespeariane, ma non si perde una canzone, dietro al fumo del suo sigaro toscano. E poi Cassano, con l’Inter, resterà ancora una volta in tribuna, e questo non gli va proprio giù. Poi ci siamo noi altri di Lapsus, sempre distratti, che siamo tutti convinti che il prossimo cantante in gara, stasera, sarà quella giovane promessa che si chiama Luigi Tenco. La Clerici ci smentisce subito: “…di Ghinazzi, Filiberto e Ghinazzi, «Italia Amore Mio». Cantano Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici”. Mah… “Filiberto è il cognome?”, domanda il nostro addetto alle relazioni con la stampa. Luigi Pesce propone di controllare sull’elenco telefonico del Regno d’Italia. Arriva, un po’ in ritardo, anche Tommaso Gazzolo: sorride sedendosi accanto ad un poster di Walter Benjamin. Ha preso l’ascensore di Castelletto, per venire qui stasera. Si dice che lui e Becchi si siano conosciuti tramite un professore di Monterosso, convinto che il Grande Inquisitore abbia fatto bene a far bruciare Gesù Cristo. Ma nessuno osa domandare. Gianmaria Patrone segue il varietà in improvvisato collegamento video-telefonico da Parigi, in cappotto. Leggi il resto di questo articolo »


Le cronache di Narnia (l’efebico Caspian)

locandina Le cronache di Narnia: il principe Caspian
Andrew Adamson, 2008 – USA
scheda imdb
di G. Patrone e L. Pesce

 

Ecco l’ennesima pellicola fantasy che, in seguito al successo di pubblico riportato dalla trilogia de Il Signore degli Anelli, continua a proporsi nelle sale cinematografiche di tutto il mondo.
Secondo capitolo della trilogia dello scrittore C.S. Lewis, il Principe Caspian riporta in scena le avventure dei quattro piccoli eroi già protagonisti nel primo fortunato capitolo cinematografico.

I quattro fratelli sono cresciuti e i due maggiori sono ormai vittime di continue tempeste ormonali che portano il primo all’arroganza e alla spacconaggine e la seconda a flirtare in modo indecente con il primo venuto, casualmente il Principe Caspian. Ragazzino efebico dalla faccia pulita ed insignificante, Caspian è il principe del Regno di Thoran (o qualcosa di altrettanto stupido e linguisticamente incomprensibile) il cui crudele patrigno è interpretato da un irriconoscibile Sergio Castellitto che lo vuole morto per non avere pretendenti al trono. Leggi il resto di questo articolo »


Vita da scarrafone

morfologia_blatta

Parabola di un pigro e letterato insonne in guerra casalinga contro gli scarafaggi. Bandinelli preferisce alla primitiva ciabatta bombolette di spray di aria compressa (fantomaticamente sotto zero). Poi si stupisce che non funzionino e si consola ragionando sul potere carismatico della blatta in letteratura, con il famoso racconto travisato di  Kafka e un Landolfi che, con evidenza, di scarafaggi non ne vide neppure uno.

di Angiolo Bandinelli

Gli scarafaggi, da qualche tempo, sono la mia ossessione. Patisco di insonnia, di notte mi aggiro per casa provando a recuperare il letto con i soliti accorgimenti: farmi una camomilla bollente, mangiucchiare qualcosa, darmi allo zapping televisivo, frugare stancamente tra i libri e scartafacci, vagabondare in Google. Dopo una dovuta tappa alla toilette vado in cucina ed è lì, nella cucina, che spuntano gli scarafaggi. Sbucano fuori da invisibili anfratti dei muri che voi non riuscireste mai a scovare, e mentre cercate un biscotto nella credenza, o un arancio nel vassoio, ve li ritrovate sotto gli occhi. Si nutrono di briciole, di frustoli di zucchero o di qualsiasi cosa abbia lasciato infinitesimali residui commestibili sopra il tavolo o le mensole. Pare abbiano l’abitudine di defecare dove mangiano e l’uomo, si sa, è un essere schifiltoso. Non ho mai visto uno scarafaggio per terra, sul pavimento, forse avvertono che il pavimento non offre loro sicurezza. Lo scarafaggio domestico non ha ali e non vola, la sua arma per difendersi è la fuga, che è velocissima, a zig zag, guidata da un preciso istinto o intuito verso la fessura dove infilarsi per sfuggire la morte. Credo che sia un animale a suo modo intelligente, avverte subito la presenza dell’uomo e sembra sappia, nell’atavica coabitazione, che l’uomo è il suo più spietato nemico: sì, l’orrore, lo schifo, guidano implacabilmente quella mano assassina e per lo scarafaggio raramente c’è scampo. Nelle favole, gli animali hanno il volto, l’anima dell’uomo: il leone simboleggia il coraggio, l’asino la testardaggine, e così via. Quando schiacci uno scarafaggio, spesso ti si para davanti il volto di un tuo nemico.

Della invasione di queste bestiacce a casa mia mi accorsi mesi fa. Cercai come liberarmene, ma non mi piaceva il modo scelto da mia moglie. Lei si toglie la pantofola dal piede e la sbatte sull’animaletto. Lo trovai un metodo primitivo, sanguinario. Cercai qualcosa di meno barbarico. Mi si presentò una soluzione che mi parve risolutiva. Su uno scaffale dello studio tengo una di quelle bombolette che spruzzano un getto d’aria compressa sotto zero per pulire il computer e le altre attrezzature tecnologiche di cui sono piene le nostre case. Uno scarafaggio non sopravviverà, mi dissi, se investito dal getto: il sotto zero dovrebbe essere – pensavo – mortale per questi insetti. Così aspettai con impazienza che uno scarafaggio mi arrivasse a tiro: quando ne scorsi uno sul muro di cucina corsi ad afferrare la bomboletta e ne sparai il getto sull’immondo e indesiderato ospite. Fui un killer abile e preciso. Ma la bestiola non cadde stecchita giù, come mi aspettavo, continuò la sua corsa verso la fessura, il buio, la salvezza. Riposi la bomboletta, mi acconciai a seguire il metodo di mia moglie: schiacciare lo scarafaggio. Così poche notti dopo, ne ammazzai uno schiacciandolo. Mi spiacque farlo. Era di un bel colore, di un onice traslucido, con lunghe antenne vibratili. Se non fosse stato il sordido animale che è sarebbe stato quasi bello, lo dico non per compiacere alla battuta, di Sophia Loren o di Eduardo de Filippo, “Ogni scarrafone è bello a mamma sua” (scarrafone è traduzione vernacolare per scarafaggio), né comunque io ero mamma sua. Leggi il resto di questo articolo »


Melissa P.? L’Anna Frank del basso catanese

di Lorenzo Tosa

Sfogliando all’interno del bulimico panorama letterario italiano, recentemente mi sono imbattuto in un grazioso articolo di Gian Paolo Serino su “Il Giornale”, in cui Moccia veniva associato a Salinger senz’altra logica apparente se non “entrambi scrivono di adolescenza”. Spiace dover scomodare un’altra volta il deliberatamente urticante revisionista, ma, in un certo senso, gli siamo riconoscenti. È grazie a lui se oggi possiamo affermare senza tema di smentita che Woody Allen non è altro che un Fabio Volo con qualche yarmulke in più nell’armadio. Perché? Beh, per entrambi scrivere non è il primo lavoro. Cosa ha a che vedere Margaret Mazzantini con Jorge Luis Borges? Tutt’e due sono stati snobbati dall’Accademia dei Nobel! Per non parlare di Giovanni Verga ed Ernest Hemingway, due che hanno indagato a vario titolo le relazioni tra l’ineluttabilità del destino e la pesca a traina. Leggi il resto di questo articolo »


A I.R., alle sue gambe

Il nostro amico e collaboratore Tommaso Gazzolo sembra essere caduto nella tela del ragno. E siccome Lapsus ha a cuore gli innamorati, pubblichiamo volentieri il suo piccolo sonetto nel giorno di San Valentino.

di Tommaso Gazzolo

I.

Nell’ora della vergogna
per il mondo, di fellahoide plebaglia
di pace nera raccolta
in fiori selvaggi,
non si addicono i blue jeans (della ragazzaglia)
alle tue gambe
“Meravigliose”, in quella fotografia
Ma più lunghe e snelle
segrete come la gerarchia
che tu crei per me
carezzando, china, la testa del cane
(d’une manière si offensante pour
les hommes*):
è, questa, l’unica aristocrazia
che a noi rimane. Leggi il resto di questo articolo »


L’uomo del banco dei pegni

Lapsus consiglia la visione di L’UOMO DEL BANCO DEI PEGNI (The Pawnbroker) USA 1965, di Sidney Lumet, con Rod Steiger, Geraldine Fitzgerald, Brock Peters, Jaime Sánchez, Thelma Oliver – 116 minuti.


the_pawnbroker

Lunedì 15 FEBBRAIO 2010

Cinema Ritz di Genova

Piazza Leopardi 5 r -  Telefono: 010 314 141

Nazerman è un uomo reso indifferente al dolore altrui dagli orrori del suo passato, che appaiono in rapidissimi flashback richiamati da associazioni mentali improvvise: l’abbaiare di un cane fa riaffiorare il ricordo dei pastori tedeschi istigati dalle Ss, le urla nella notte di alcuni teppistelli riecheggiano le grida dei prigionieri del Lager, i tratti semiti di un passeggero in metropolitana si sovrappongono nella memoria ai volti degli ebrei deportati. Di fronte ai disperati che sfilano nel banco dei pegni e gli cedono gli ultimi averi in cambio di pochi dollari resta impassibile, come se ciò che gli è stato fatto rendesse insignificante qualunque altra sofferenza. Leggi il resto di questo articolo »


L’uomo che verrà

locandina L’uomo che verrà
Giorgio Diritti, 2009 – Italia
scheda imdb

di Stefano Piri

Emilia Romagna, 1944.

Vita quotidiana di una famiglia contadina in tempo di guerra. Piccoli avvenimenti compongono il ritratto di un’epoca: la speranza per il futuro, i rapporti con gli occupanti tedeschi e con i partigiani.

I genitori invecchiano, i figli crescono, una nuova vita cresce nel grembo materno. Finchè il corso del tempo non si spezza.

Ci troviamo infatti a Monte Sole, ed è la fine di settembre del 1944: le coordinate geografiche e cronologiche della strage di Marzabotto, il più grande eccidio commesso dai tedeschi ai danni della popolazione civile italiana nel periodo dell’occupazione.

Andiamo con ordine: L’uomo che verrà è il secondo lungometraggio di Giorgio Diritti, regista bolognese che aveva fatto parlare di sé nel 2006 con Il vento fa il suo giro, tipico esempio di film a bassissimo budget balzato-agli-onori-della-cronaca-grazie-al-passaparola.

Sebbene questa categoria sia solitamente foriera di amare delusioni o quantomeno di film per un verso o per l’altro sopravvalutati (il passaparola non è per sua stessa natura un canale di comunicazione che incentiva l’acume critico) l’esordio di Diritti si rivelò al contrario realmente molto interessante.

Pellicola di montagna in lingua occitana, visivamente potentissima e mai banale, niente affatto noiosa come le premesse potrebbero suggerire, l’opera, pur zoppicando a tratti per il contesto di lavorazione pressoché amatoriale, lasciava la sensazione che Diritti avesse tutte le carte in regola per diventare uno degli autori di riferimento nel cinema italiano contemporaneo. Leggi il resto di questo articolo »